di Enrico Prodi
Entro la metà di dicembre sapremo se il milione e duecentomila firme depositate oggi in Cassazione varranno a sottoporre a referendum abrogativo l'attuale legge elettorale; colgo l'occasione per scrivere alcune considerazioni in merito.
Che il Calderolum a.k.a. Porcellum votato dall'allora moribondo governo Berlusconi-III nell'autunno del 2005 sia, coma la definì il suo stesso autore, una porcata, ci sono pochi dubbi. Giovanni ne ha esposto i difetti principali su questo stesso blog non molto tempo fa, ed altri esempi non mancano. L'attribuzione di una maggioranza parlamentare anche in assenza di una maggioranza nel paese, e ancor più l'orrore delle liste bloccate che non permettono all'elettore di scegliere i propri rappresentanti negli organi legislativi, sono violazioni palesi e gravissime di alcuni dei più basilari principi della democrazia.
Purtroppo - come spesso accade nella nostra politica - laddove l'esistenza di un problema è evidente, trovarne una risoluzione attraverso un accordo di maggioranza in Parlamento sembra una missione impossibile: il (quasi) unanime coro dei 'no' si disperde in mille rivoli quando si tratta di decidere a cosa dire 'sì'. Da questo punto di vista, il referendum abrogativo presenta il vantaggio non solo di sottoporre la questione direttamente agli elettori, ma anche di semplificarla mettendo il votante di fronte ad una scelta netta tra due - e solo due - alternative. Nel nostro caso, il referendum potrebbe forse compattare il fronte del 'no' al Calderolum verso una proposta che, anche se non ritenuta da ciascuno la migliore possibile, costituisce quantomeno un miglioramento rispetto ad una situazione difficilmente sostenibile.
Non è il primo tentativo in tal senso. Un referendum proposto da Giovanni Guzzetta e Mario Segni, svolto due anni or sono, suggeriva correzioni al Calderolum mantenendone l'impianto generale: per spingere il sistema politico verso il bipartitismo si sarebbero abolite le coalizioni, assegnando quindi il premio di maggioranza alla singola lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa dei voti e sottoponendo ciascuna lista allo sbarramento per quelle non coalizzate, ossia 4% alla Camera ed 8% al Senato; inoltre, non sarebbe stato consentito candidarsi in più di una circoscrizione. L'entusiasmo - forse comprensibilmente - fu scarso; il referendum fallì coll'affluenza minore mai registrata in Italia, meno di un quarto degli aventi diritto al voto.
Passando ai giorni nostri, la scorsa primavera Stefano Passigli iniziò la raccolta delle firme per un primo referendum teso a modificare il Calderolum in maniera assai più radicale del piano Guzzetta-Segni: abolizione del premio di maggioranza, abolizione delle liste bloccate, e sbarramento al 4% anche per le liste coalizzate. Si sarebbero dunque abrogati i due tratti più caratteristici e controversi del Porcellum, producendo un sistema proporzionale senza troppi fronzoli ma conservando, anzi rafforzando, il correttivo anti-listarelle costituito dallo sbarramento. Poco dopo, Andrea Morrone ed Arturo Parisi proposero un referendum differente per abrogare tout court la legge Calderoli, tornando automaticamente al Mattarellum che essa a sua volta abrogava: 75% maggioritario uninominale a turno unico, 25% proporzionale.
Quando comparve l'alternativa pro-Mattarellum, il comitato proporzionalista annunciò in un primo momento (27 luglio) la sospensione della raccolta delle firme, citando il crescente appoggio per il referendum 'concorrente' anche tra chi aveva inizialmente appoggiato la loro proposta; successivamente (30 agosto) pare che Passigli annullasse la sospensiva, per "riprendere una qualche forma di attività non tanto con l’obiettivo di raggiungere il traguardo delle 500.000 firme quanto per impedire al contro referendum di raggiungerlo" (dalla pagina Facebook del comitato referendario). Stendiamo un velo pietoso sia sul suicidio di una proposta che avrebbe potuto essere molto interessante, sia sulle poco edificanti zuffe tra comitati; in un discorso concreto rimane (forse con qualche rimorso) soltanto la proposta del ritorno al Mattarellum.
Il Mattarellum è perfetto? No. In primo luogo, è un sistema ibrido, che sembra non avere il coraggio di stare né di qua né di là: non è certamente l'unico in questo senso (si pensi soltanto alla legge elettorale tedesca), ma così facendo unisce i difetti di entrambi i modelli da cui deriva. Per chi ha a cuore la libertà di scelta dell'elettore all'interno di ciascun partito, il Mattarellum in sé e per sé non rappresenta un miglioramento significativo rispetto al Calderolum, qualora non si prevedano primarie collegio per collegio, o non si renda più facile presentare candidature indipendenti dai partiti, come accade ad esempio negli Stati Uniti. Di primarie obbligatorie si è parlato di tanto in tanto, ma ad ora senza risultati; e si noti che anch'esse potrebbero tendere a schiacciare le posizioni minoritarie, qualora non fortemente localizzate, che sarebbero meglio rappresentate da un proporzionale con preferenze.
Forse nel Mattarellum si erano anche riposte troppe speranze: un sistema maggioritario non favorisce automaticamente il bipolarismo o la stabilità dei governi, come ampiamente dimostrato nel decennio (1993-2005) in cui il Mattarellum fu in uso. Di tre elezioni svoltesi in quel periodo, solo la terza produsse una maggioranza (quasi) stabile, e ciò fu in larga parte dovuto ad un risultato elettorale eccezionale, favorevole al centrodestra in maniera non facilmente ripetibile; la dodicesima legislatura vide due governi in due anni, con una robusta quantità di assestamenti iniziali (non solo Tremonti) ed un ribaltone a centottanta gradi pochi mesi dopo; nei cinque anni della successiva di governi se ne ebbero quattro, con una robusta riconfigurazione della maggioranza nel '98 in vista del governo D'Alema-I.
Il maggioritario viene talvolta presentato come un antidoto alla 'proliferazione dei partitini' (si veda anche alla voce 'coalizioni eterogenee'). Ma un sistema in cui quel che conta è prendere un voto in più dell'avversario - in ciascun collegio col Mattarellum, su scala nazionale o regionale col Calderolum - costituisce una forte spinta ad imbarcare quanti più alleati possibile, cani porci e porcelli, chiunque purché porti voti. Tra i due modelli cambia soltanto la procedura, l'apparentemento tramite coalizione o la fusione collegio per collegio. E' legittimo domandarsi se siano meglio coalizioni ipertrofiche come quelle viste da entrambi i lati nel 2006 oppure gli accordi pre-elettorali per la spartizione dei collegi tra partiti alleati che si videro ad esempio nel '96; d'altro canto, il Porcellum non impedì alle liste PD di incorporare i Radicali nel 2008. In questo senso non è il sistema elettorale in sé a fare la differenza, ma le scelte - mirate alla coerenza programmatica o alla convenienza elettorale - di ciascuna lista.
Quale potrebbe essere il sistema ideale? C'è chi sostiene un proporzionale più o meno puro, con o senza coalizioni, con o senza sbarramenti, con circoscrizioni più o meno estese, purché senza la mostruosità delle liste bloccate (in questo senso la proposta Passigli avrebbe potuto essere un ottimo punto di partenza); un maggioritario uninominale 'puro' a turno unico (sistema inglese); un maggioritario a doppio turno (sistema francese e affini, a seconda dei criteri di accesso al ballottaggio); chi scrive ha un'ottima opinione del 'voto alternativo' adottato in Australia e recentemente proposto (e bocciato) in Gran Bretagna, che altro non è se non un maggioritario a turno multiplo incorporato; si possono aggiungere innumerevoli altre possibilità, ibridi, varianti e sotto-varianti, sistemi tedeschi, spagnoli, irlandesi eccetera, ciascuno coi propri pregi e i propri difetti.
Ma se rinunciamo per un momento a pretendere la perfezione e mettiamo a paragone le alternative concretamente possibili allo stato attuale delle cose, possiamo dire che il Mattarellum resuscitato (Lazzarellum?), pur con le sue documentate imperfezioni, sia meglio del sistema attuale?
Senza dubbio SI'.
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