di Paolo Falco
Nonostante Monti abbia parlato di una riforma storica, quella del
mercato del lavoro che ha appena visto la luce ci lascia scontenti per
due motivi principali.
Innanzitutto, la riforma era chiamata a rafforzare la fiducia degli
investitori nel mercato del lavoro Italiano, allo scopo di favorire
assunzioni, ridurre la disoccupazione e far ripartire la crescita. Una
fiducia che non si costruisce solo con la flessibilità, ma
innanzitutto con la semplice, veloce e trasparente applicazione delle
regole: da sempre il tallone d'Achille del nostro paese.
Mettendo un ulteriore grado d'arbitrio nelle mani dei tribunali del
lavoro, chiamati ora a distinguere i licenziamenti disciplinari da
quelli economici, e nel caso di questi ultimi a definire le condizioni
di 'manifesta insussistenza' che permettono il reintegro del lavoratore,
la riforma potrebbe complicare anziché semplificare l'iter giudiziario
delle cause di lavoro, aumentando l'incertezza e potenzialmente
disincentivando l'investimento.
È vero che la riforma prevede l'introduzione di un rito abbreviato per
le cause di lavoro, ma le misure proposte per attuarlo sono anch'esse
cavillose e sono in molti a dubitare della loro efficacia.
Da un governo tecnico ci saremmo aspettati un intervento più deciso
sullo snellimento dei processi giudiziari che regolano i rapporti di
lavoro, perché le lungaggini burocratiche sono davvero una questione
'tecnica', che non dovrebbe cadere vittima del fuoco incrociato delle
parti politiche, e come tale meritava maggiore attenzione. L'Italia ha
bisogno di semplificazione prima ancora che di flessibilità.
Il nostro secondo motivo di delusione riguarda le misure per ridurre il
dualismo, che non fanno abbastanza per i giovani e i precari.
Per prima cosa, dal governo tecnico ci saremmo aspettati una potatura
sostanziale della miriade di forme contrattuali che rendono estremamente
complesso il nostro mercato del lavoro e sono spesso fonte di illecito e
sopruso. La foresta, invece, rimane intatta.
Secondo, la riforma cerca di rendere più costoso l'utilizzo delle forme
di lavoro precario, attraverso un aumento dell'aliquota a carico delle
aziende. Non serve un economista per capire che in una relazione di
lavoro in cui il lavoratore precario non ha molto potere contrattuale,
questi aumenti di imposte ricadranno sui salari dei lavoratori stessi.
La nuova norma, quindi, rischia di peggiorare la situazione, se non
sarà accompagnata dall'introduzione di un salario minimo orario, che
non è una trovata da economia pianificata di stampo Sovietico, ma uno
strumento che viene applicato nelle economie capitaliste più avanzate,
quali la Gran Bretagna e Gli Stati Uniti.
La terza nota dolente riguarda l'ASPI. Le risorse destinate
all'Assicurazione Sociale per l'Impiego sono troppo poche, e troppo
limitato ne è l'accesso. Un ammortizzatore sociale non può dirsi
'universale', come nelle intenzioni del Ministro Fornero, se esclude un
milione e mezzo di precari.
Inoltre, le politiche attive per il ricollocamento di chi perde il
lavoro non hanno ricevuto alcuna attenzione nella riforma. Tali misure,
come la riqualificazione di chi non ha lavoro, per facilitarne il
passaggio a nuovi impieghi, sono uno dei pilastri dei sistemi di
ammortizzatori sociali degli altri Paesi, e senza di esse l'ASPI è
molto più vicina a quelle forme di assistenzialismo alle quali presto
assoceremo stereotipi negativi. Un ammortizzatore ha il compito di
attutire il colpo della disoccupazione, ma proprio come una molla,
dovrebbe rilanciare il lavoratore sul mercato. L'ASPI non lo fa, e non
fa abbastanza, quindi, per lenire la vera paura dei nostri disoccupati:
quella di non riuscire più a trovare un nuovo lavoro.
La regolamentazione nell'uso delle partite IVA è una nota positiva,
anche se la sua efficacia si baserà sulla capacità degli organi
competenti di effettuare controlli sulla miriade di contratti esistenti.
Positiva è anche l'enfasi sul contratto d'apprendistato, che dovrebbe
finalmente favorire la formazione, e la cui applicabilità dovrebbe
essere limitata al periodo di vero inserimento. Avremmo voluto,
tuttavia, che questa tipologia di contratto fosse caratterizzata da un
incremento progressivo delle tutele per rendere progressivamente più
appetibile l'assunzione del lavoratore.
Dai tecnici, tuttavia, ci saremmo aspettati di più. Il governo si è
impelagato sul nodo più genuinamente politico della questione: quello
dell'Art.18, cedendo alla tentazione di far valere la sua forza di
governo di Unità Nazionale, ma non riuscendo comunque a vincere i veti
incrociati delle parti sociali.
Ci saremmo aspettati un approccio più freddo e lungimirante, che
mettesse da parte l'Art. 18, e si concentrasse su due nodi fondamentali
alla portata della riforma: la semplificazione e i giovani precari.
Questi ultimi continuano a vedersi di fronte una giungla normativa che
li lascia ultima ruota del carro e continua, così, a scoraggiarne
l'impegno e la formazione. È questa la più grande risorsa sprecata del
nostro Paese, e in un periodo in cui il mantra è la crescita dovremmo
tenerlo a mente.
Alle parti sociali, ai politici e alla stampa più strillona vorrei dire
che sono stati ugualmente miopi, e hanno intrapreso ancora una volta la
battaglia sbagliata.
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