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Sunday, 22 April 2012

Perché la riforma del lavoro non ci convince

di Paolo Falco

Nonostante Monti abbia parlato di una riforma storica, quella del mercato del lavoro che ha appena visto la luce ci lascia scontenti per due motivi principali.

Innanzitutto, la riforma era chiamata a rafforzare la fiducia degli investitori nel mercato del lavoro Italiano, allo scopo di favorire assunzioni, ridurre la disoccupazione e far ripartire la crescita. Una fiducia che non si costruisce solo con la flessibilità, ma innanzitutto con la semplice, veloce e trasparente applicazione delle regole: da sempre il tallone d'Achille del nostro paese.

Mettendo un ulteriore grado d'arbitrio nelle mani dei tribunali del lavoro, chiamati ora a distinguere i licenziamenti disciplinari da quelli economici, e nel caso di questi ultimi a definire le condizioni di 'manifesta insussistenza' che permettono il reintegro del lavoratore, la riforma potrebbe complicare anziché semplificare l'iter giudiziario delle cause di lavoro, aumentando l'incertezza e potenzialmente disincentivando l'investimento.

È vero che la riforma prevede l'introduzione di un rito abbreviato per le cause di lavoro, ma le misure proposte per attuarlo sono anch'esse cavillose e sono in molti a dubitare della loro efficacia.

Da un governo tecnico ci saremmo aspettati un intervento più deciso sullo snellimento dei processi giudiziari che regolano i rapporti di lavoro, perché le lungaggini burocratiche sono davvero una questione 'tecnica', che non dovrebbe cadere vittima del fuoco incrociato delle parti politiche, e come tale meritava maggiore attenzione. L'Italia ha bisogno di semplificazione prima ancora che di flessibilità.

Il nostro secondo motivo di delusione riguarda le misure per ridurre il dualismo, che non fanno abbastanza per i giovani e i precari.

Per prima cosa, dal governo tecnico ci saremmo aspettati una potatura sostanziale della miriade di forme contrattuali che rendono estremamente complesso il nostro mercato del lavoro e sono spesso fonte di illecito e sopruso. La foresta, invece, rimane intatta.

Secondo, la riforma cerca di rendere più costoso l'utilizzo delle forme di lavoro precario, attraverso un aumento dell'aliquota a carico delle aziende. Non serve un economista per capire che in una relazione di lavoro in cui il lavoratore precario non ha molto potere contrattuale, questi aumenti di imposte ricadranno sui salari dei lavoratori stessi.

La nuova norma, quindi, rischia di peggiorare la situazione, se non sarà accompagnata dall'introduzione di un salario minimo orario, che non è una trovata da economia pianificata di stampo Sovietico, ma uno strumento che viene applicato nelle economie capitaliste più avanzate, quali la Gran Bretagna e Gli Stati Uniti.

La terza nota dolente riguarda l'ASPI. Le risorse destinate all'Assicurazione Sociale per l'Impiego sono troppo poche, e troppo limitato ne è l'accesso. Un ammortizzatore sociale non può dirsi 'universale', come nelle intenzioni del Ministro Fornero, se esclude un milione e mezzo di precari.

Inoltre, le politiche attive per il ricollocamento di chi perde il lavoro non hanno ricevuto alcuna attenzione nella riforma. Tali misure, come la riqualificazione di chi non ha lavoro, per facilitarne il passaggio a nuovi impieghi, sono uno dei pilastri dei sistemi di ammortizzatori sociali degli altri Paesi, e senza di esse l'ASPI è molto più vicina a quelle forme di assistenzialismo alle quali presto assoceremo stereotipi negativi. Un ammortizzatore ha il compito di attutire il colpo della disoccupazione, ma proprio come una molla, dovrebbe rilanciare il lavoratore sul mercato. L'ASPI non lo fa, e non fa abbastanza, quindi, per lenire la vera paura dei nostri disoccupati: quella di non riuscire più a trovare un nuovo lavoro.

La regolamentazione nell'uso delle partite IVA è una nota positiva, anche se la sua efficacia si baserà sulla capacità degli organi competenti di effettuare controlli sulla miriade di contratti esistenti.

Positiva è anche l'enfasi sul contratto d'apprendistato, che dovrebbe finalmente favorire la formazione, e la cui applicabilità dovrebbe essere limitata al periodo di vero inserimento. Avremmo voluto, tuttavia, che questa tipologia di contratto fosse caratterizzata da un incremento progressivo delle tutele per rendere progressivamente più appetibile l'assunzione del lavoratore.

Dai tecnici, tuttavia, ci saremmo aspettati di più. Il governo si è impelagato sul nodo più genuinamente politico della questione: quello dell'Art.18, cedendo alla tentazione di far valere la sua forza di governo di Unità Nazionale, ma non riuscendo comunque a vincere i veti incrociati delle parti sociali.

Ci saremmo aspettati un approccio più freddo e lungimirante, che mettesse da parte l'Art. 18, e si concentrasse su due nodi fondamentali alla portata della riforma: la semplificazione e i giovani precari. Questi ultimi continuano a vedersi di fronte una giungla normativa che li lascia ultima ruota del carro e continua, così, a scoraggiarne l'impegno e la formazione. È questa la più grande risorsa sprecata del nostro Paese, e in un periodo in cui il mantra è la crescita dovremmo tenerlo a mente.

Alle parti sociali, ai politici e alla stampa più strillona vorrei dire che sono stati ugualmente miopi, e hanno intrapreso ancora una volta la battaglia sbagliata.

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