di Simone Falco
Parata del 2 giugno si, parata del 2 giugno no.
Questa parata non si sa di preciso quanto costi (1, 3, 10 milioni, ognuno dice la sua) peró una cosa é certa: il sentimento popolare, sull’onda dell’antipolitica dilagante, vorrebbe che questi soldi venissero destinati alle popolazioni colpite dal terremoto in Emilia.
Sentimento nobilissimo quello di voler aiutare persone in difficoltá, ma qualcuno si é fermato a pensare come verranno spesi i soldi della parata? Non so di preciso come funzioni ma sono sicuro che non ci saranno pire di banconote bruciate ai bordi della strada... molto piú probabilmente verranno utilizzati per pagare autotrasportatori che porteranno le attrezzature sul posto, operai per allestire gli spalti, ristoratori etc... Senza parlare di tutti i negozianti della zona che beneficeranno della straordinaria affluenza di persone in occasione della parata.
Tutta gente che svolge onestamente il proprio lavoro, e che magari conta su quegli introiti che gli sono stati promessi. Magari ha anche fatto un investimento in vista di una commessa cosí grande (un furgone piú grande, dei lavoratori alla giornata, una scorta di mozzarelle)...
Vogliamo veramente che siano loro a pagare?
Credo che prima di sparare a zero su sprechi e su possibili utilizzi alternativi delle risorse bisognerebbe fermarsi un attimo a pensare. In questo momento l’Italia non ha bisogno di tagli irrazionali ed estemporanee manifestazioni di generositá, ha disperato bisogno di razionalitá e pianificazione. Di capire come mai scosse che altrove fanno cadere solo qualche cornicione nel nostro paese si tramutino sempre in clamorosi disastri, di trovare le vere falle della pubblica amministrazione e di scovare chi non paga le tasse cosí da tartassare meno quelli che le pagano ad esempio!
Altrimenti si fa come fece Berlusconi quando decise (con abile mossa di marketing) di spostare all’ultimo minuto il G8 dalla Maddalena a l’Aquila, bruciando in un colpo solo decine, se non centinaia, di migliaia di euro di investimenti di persone che contavano sull’evento per rilanciare le proprie attivitá!
Questo spazio è la bocciofila del dopolavoro!
Fermatevi qui per discutere e contribuire alle idee della Fonderia.
Per scrivere sul Dopolavoro contattateci a redazione@fonderia.org
Friday, 1 June 2012
Tuesday, 15 May 2012
Sull'aumento dei suicidi
di Simone Falco
Le notizie di suicidi dovuti alla crisi continuano ad occupare le pagine dei giornali, ed i numeri sembrano impressionanti: al 9 maggio 38 persone si sono tolte la vita per difficoltà economiche! Numeri preoccupanti, quasi da bollettino di guerra… oppure no?
L'istituto nazionale di statistica (Istat) dal 2005 raccoglie i dati relativi a indagini su "suicidi e tentativi di suicidio" in Italia dal 2005 al 2010 e, usando le parole di Stefano Marchetti, responsabile dell'ultima, recentissima, indagine:
"Ogni gesto estremo, come quelli che le cronache recenti raccontano, nasconde una tragedia umana e impone il massimo rispetto. Ma è difficile affermare, a oggi, che vi sia un aumento statisticamente significativo dei suicidi dovuto alla crisi economica. Temo che si stiamo facendo affermazioni forti, senza robuste evidenze scientifiche".
Guardando le tabelle Istat, infatti, si nota che non solo che il numero dei suicidi per ragioni economiche non sia aumentato, nonostante il clamore di questi gesti sia cresciuto in maniera esponenziale, ma anche che, ad esempio, il numero di suicidi legato a malattie è di varie volte più alto senza che questo susciti altrettanto rumore. Ma questi sarebbero esercizi di matematica su un argomento che, per sua natura, va trattato con la dovuta attenzione ai singoli episodi.
Quello su cui vorrei puntare l'attenzione è l'alacrità e la veemenza con cui politici (e non) si sono scagliati contro coloro che reputano la causa di questa escalation (la crisi, il governo, equitalia, etc…), a quanto pare senza neanche prendersi la briga di controllare se i dati giustifichino le loro affermazioni apocalittiche. Ed in tutto questo i media continuano a stilare il presunto bollettino di guerra che fino a qualche mese fa avevano tranquillamente ignorato… E tutto questo senza pensare che forse, in una situazione tesa come quella attuale, inasprire i conflitti ed alzare i toni possa portare ad atti di emulazione e di violenza, che puntualmente ci sono stati… Salvo poi condannare e stigmatizzare la violenza che loro stessi hanno alimentato!
La domanda che mi pongo è se la classe politica sia talmente senza scrupoli da sfruttare anche il gesto più estremo di un essere umano per attrarre consensi, o se semplicemente abbia risposto "di pancia" alla notizia dei suicidi senza neanche informarsi se ci sia stata effettivamente un'escalation o se sia stata semplicemente portata alla luce una tragica realtà rimasta finora nell'ombra. Qualunque sia la risposta non è affatto confortante!
Stesso discorso vale per i media. Vale la pena fare "affermazioni forti senza robuste evidenze scientifiche" pur di vendere qualche copia in più?
Le notizie di suicidi dovuti alla crisi continuano ad occupare le pagine dei giornali, ed i numeri sembrano impressionanti: al 9 maggio 38 persone si sono tolte la vita per difficoltà economiche! Numeri preoccupanti, quasi da bollettino di guerra… oppure no?
L'istituto nazionale di statistica (Istat) dal 2005 raccoglie i dati relativi a indagini su "suicidi e tentativi di suicidio" in Italia dal 2005 al 2010 e, usando le parole di Stefano Marchetti, responsabile dell'ultima, recentissima, indagine:
"Ogni gesto estremo, come quelli che le cronache recenti raccontano, nasconde una tragedia umana e impone il massimo rispetto. Ma è difficile affermare, a oggi, che vi sia un aumento statisticamente significativo dei suicidi dovuto alla crisi economica. Temo che si stiamo facendo affermazioni forti, senza robuste evidenze scientifiche".
Guardando le tabelle Istat, infatti, si nota che non solo che il numero dei suicidi per ragioni economiche non sia aumentato, nonostante il clamore di questi gesti sia cresciuto in maniera esponenziale, ma anche che, ad esempio, il numero di suicidi legato a malattie è di varie volte più alto senza che questo susciti altrettanto rumore. Ma questi sarebbero esercizi di matematica su un argomento che, per sua natura, va trattato con la dovuta attenzione ai singoli episodi.
Quello su cui vorrei puntare l'attenzione è l'alacrità e la veemenza con cui politici (e non) si sono scagliati contro coloro che reputano la causa di questa escalation (la crisi, il governo, equitalia, etc…), a quanto pare senza neanche prendersi la briga di controllare se i dati giustifichino le loro affermazioni apocalittiche. Ed in tutto questo i media continuano a stilare il presunto bollettino di guerra che fino a qualche mese fa avevano tranquillamente ignorato… E tutto questo senza pensare che forse, in una situazione tesa come quella attuale, inasprire i conflitti ed alzare i toni possa portare ad atti di emulazione e di violenza, che puntualmente ci sono stati… Salvo poi condannare e stigmatizzare la violenza che loro stessi hanno alimentato!
La domanda che mi pongo è se la classe politica sia talmente senza scrupoli da sfruttare anche il gesto più estremo di un essere umano per attrarre consensi, o se semplicemente abbia risposto "di pancia" alla notizia dei suicidi senza neanche informarsi se ci sia stata effettivamente un'escalation o se sia stata semplicemente portata alla luce una tragica realtà rimasta finora nell'ombra. Qualunque sia la risposta non è affatto confortante!
Stesso discorso vale per i media. Vale la pena fare "affermazioni forti senza robuste evidenze scientifiche" pur di vendere qualche copia in più?
Tuesday, 1 May 2012
L'università italiana vista con occhiali inglesi
di Grazia Ietto Gillies (iettogg@lsbu.ac.uk/ worldeconomicsassociation.org)
Venerdì 20 Aprile alla London School of Economics (LSE) Francesco Sylos Labini ha tenuto un seminario sui problemi dell'Università italiana. L’evento, organizzato dalla Fonderia Oxford, ha avuto grande successo in termini di pubblico e di dibattito. La sala era piena di giovani italiani che studiano, cercano o hanno lavoro accademico in Gran Bretagna. Mi fa piacere l'idea che io e mio marito abbiamo alzato un po' l'età media della sala cosi’ evitando possibili critiche di bias etaistico (ageism).
Il dibattito è stato intenso e lungo ed è dovuto finire per limiti di tempo. Si è svolto nel nuovo fabbricato della LSE, quello inaugurato dalla Regina nel 2008. Esattamente quello in cui la sovrana chiese a un gruppo di economisti allineati per l’occasione come mai nessuno avesse previsto il crollo finanziario. Uscendo dalla porta posteriore su Lincoln’s Inn Fields abbiamo visto una grande folla sulla piazza. All’inizio ho pensato si trattasse di evacuazione per fuoco. Ma ben presto abbiamo capito che si trattava di folle e coda di gente che aspettava di ricevere una ciotola di zuppa e un panino per sopravvivere fino al giorno dopo. È la seconda volta in un paio di mesi che mi capita di vedere simili affollamenti mai visti prima in oltre 40 anni di vita a Londra.
Il dibattito ha toccato molti argomenti in corrispondenza con la ricchezza della presentazione. Io qui voglio soffermarmi su quegli aspetti che si riferiscono alla visione dell’università italiana da parte di persone che hanno fatto e stanno facendo esperienza del mondo accademico britannico, e quindi la vedono con occhiali inglesi anche se con occhi italiani.
1. Non è mancata nè poteva mancare la discussione sulle ingiustizie del 'familismo', dell’assegnazione di posti a membri della famiglia di potenti accademici. Un problema che non c'è in Gran Bretagna (GB) non perché ci sono più controlli nell’assegnazione di posti – in effetti ce ne sono di meno – ma perché c'è un’etica e una cultura diversa in generale. Qui ci si vergognerebbe di atti di familismo; in Italia se le persone con potere 'aiutano' membri della famiglia a trovare posti e fare carriera spesso vengono considerate come bravi padri/madri di famiglia. Il familismo è un fenomeno che trascende l’accademia e va visto nel complesso culturale del Paese. Vuol ciò dire che non c'è nulla da fare? Che dobbiamo accettare il familismo perché è dappertutto? Direi di no. Bisogna non solo usare le vie legali ma anche fare campagne perché la gente arrivi a vergognarsi di farlo. Ma alcuni presenti sembravano pensare che favorire membri della propria famiglia e favorire membri/studenti della propria scuola di pensiero fossero equivalenti ed entrambi presenti in Italia e assenti in GB. Non è cosi’: anche se il familismo è quasi assente, il favorire persone della propria scuola è molto comune, forse anche più che in Italia. Il processo di favorimento è avvantaggiato dal fatto che l’assegnazione di posti accademici è completamente decentralizzata ed il dipartimento ha molto potere nella loro assegnazione. Basta fare una ‘job specification’ adeguata e risulta che il nostro studente preferito è l’unico che risponde a quei criteri che io stessa – come capo dipartimento – ho stilato. Si può andare più in là: se per caso c’è un altro candidato che sembra rispondere a quei criteri ed ha più pubblicazioni o esperienza di insegnamento, si può fare sempre una ‘creative short list’. Ciò allo scopo di evitare imbarazzi e problemi in sede di discussione finale del concorso dove siedono anche membri di altri dipartimenti nonché rappresentanti del dipartimento delle risorse umane della stessa università. La short list (rosa finale dei candidati) viene fatta nel dipartimento e solo i candidati nella rosa finale saranno intervistati da tutto il comitato finale. Quindi basta eliminare dalla short list candidati troppo vicini e competitivi con il candidato preferito e mettere candidati bravi ma non rispondenti ai criteri di selezione, ed il gioco è fatto: il mio studente/collaboratore avrà il posto.
2. Si è discusso sulla formazione dei giovani e se il livello della laurea triennale è equivalente o no. C’è stato un accenno al fatto che forse, in generale, le lauree triennali possono dare una formazione migliore in Italia che in GB. È possibile questo? E perché succederebbe se, in fondo, in GB c’è un buon sistema di controllo tramite gli esaminatori esterni, cosa assente in Italia? Ci sono buone ragioni per cui in GB si può avere un abbassamento di qualità nell’istruzione e non solo all’università ma probabilmente anche nelle scuole. Se i finanziamenti dipendono dal numero di studenti che passano gli esami e se dai finanziamenti dipendono il nostro posto di lavoro personale e la sorte del dipartimento, non è difficile escogitare sistemi per aumentare il numero di quelli che passano: dalla distribuzione di fogli con punti essenziali e sunti di ogni lezione – che evita allo studente pigro di leggere articoli e libri - ad aiuti nel fare il ripasso. Insomma un imboccare gli studenti per farli passare agli esami.
3. Sylos Labini ha fatto notare come i media tendono a soffermarsi sull’università del malcostume e dei casi perversi di familismo. Raramente si puntualizzano i molti punti positivi di un sistema che comunque tutti i presenti giudicavano come fortemente bisognoso di riforme serie. Uno dei punti positivi del sistema italiano è che – in materie in cui coesistono diversi paradigmi, qualunque ne sia la ragione – c’è ancora una notevole dose di pluralismo a differenza dei sistemi anglosassoni dove gli ultimi 30 anni hanno visto l’emarginazione di paradigmi alternativi e quindi una forte diminuzione del pluralismo. Questo è il caso della mia disciplina, l’economia. In Italia i pochi posti che ci sono non vanno tutti a membri della stessa scuola di pensiero…o non ancora. Credo purtroppo che ciò cambierà con l’instaurazione di sistemi di valutazione della ricerca basati su reputazione di riviste ecc. Un altro elemento che militerà contro il pluralismo sarà la concentrazione dei finanziamenti in pochi centri.
4. Si è discusso molto dei metodi di finanziamento degli studi universitari, in particolare della dicotomia finanziamento con rette universitarie alte o con rette basse e costi a carico del contribuente. Il secondo caso – favorito da Sylos Labini - viene giustificato dal fatto che l’istruzione crea esternalità: tutti possiamo beneficiare del fatto di avere medici o insegnanti. Sono d’accordo su questo e anzi desidero aggiungere che le maggiori esternalità positive della istruzione scolastica e universitaria sono forse dal lato produzione più che dal lato consumo. Esse ricadono sui datori di lavoro che si vedono arrivare forza lavoro già (abbastanza) preparata invece di doverla formare a spese loro. Il caso a favore di rette universitarie (chi trae benefici individuali paga) si impernia sul fatto che, se a pagare è il contribuente, allora i poveri - i cui figli di solito non vanno all’università - pagherebbero per i figli dei ricchi. A prima vista questo ragionamento sembra non fare una piega finché non si nota il seguente: questo è un argomento a favore di tasse più alte – tasse seriamente progressive – per i ricchi. I figli dei poveri sono scoraggiati da rette alte. Da quando in GB le rette universitarie sono state elevate a £ 9000 ci sono meno domande per studiare all'università da parte di giovani provenienti da famiglie non abbienti: la paura di debiti per molti anni è forte anche se il governo cerca di attutire il gravio. Per ultimo desidero far notare che i veri beneficiari del sistema di prestiti agli studenti sono le banche. Il governo avrebbe potuto scegliere di finanziare direttamente i costi, ma non lo ha fatto: ha scelto la via di finanziamento tramite banche cosi’ dando opportunità di creare profitti per le banche. In GB la City - non lontana da dove la Regina fece la famosa imbarazzante domanda e da dove abbiamo assistito alla distribuzione di ciotole di zuppa - ha sempre la meglio.
Venerdì 20 Aprile alla London School of Economics (LSE) Francesco Sylos Labini ha tenuto un seminario sui problemi dell'Università italiana. L’evento, organizzato dalla Fonderia Oxford, ha avuto grande successo in termini di pubblico e di dibattito. La sala era piena di giovani italiani che studiano, cercano o hanno lavoro accademico in Gran Bretagna. Mi fa piacere l'idea che io e mio marito abbiamo alzato un po' l'età media della sala cosi’ evitando possibili critiche di bias etaistico (ageism).
Il dibattito è stato intenso e lungo ed è dovuto finire per limiti di tempo. Si è svolto nel nuovo fabbricato della LSE, quello inaugurato dalla Regina nel 2008. Esattamente quello in cui la sovrana chiese a un gruppo di economisti allineati per l’occasione come mai nessuno avesse previsto il crollo finanziario. Uscendo dalla porta posteriore su Lincoln’s Inn Fields abbiamo visto una grande folla sulla piazza. All’inizio ho pensato si trattasse di evacuazione per fuoco. Ma ben presto abbiamo capito che si trattava di folle e coda di gente che aspettava di ricevere una ciotola di zuppa e un panino per sopravvivere fino al giorno dopo. È la seconda volta in un paio di mesi che mi capita di vedere simili affollamenti mai visti prima in oltre 40 anni di vita a Londra.
Il dibattito ha toccato molti argomenti in corrispondenza con la ricchezza della presentazione. Io qui voglio soffermarmi su quegli aspetti che si riferiscono alla visione dell’università italiana da parte di persone che hanno fatto e stanno facendo esperienza del mondo accademico britannico, e quindi la vedono con occhiali inglesi anche se con occhi italiani.
1. Non è mancata nè poteva mancare la discussione sulle ingiustizie del 'familismo', dell’assegnazione di posti a membri della famiglia di potenti accademici. Un problema che non c'è in Gran Bretagna (GB) non perché ci sono più controlli nell’assegnazione di posti – in effetti ce ne sono di meno – ma perché c'è un’etica e una cultura diversa in generale. Qui ci si vergognerebbe di atti di familismo; in Italia se le persone con potere 'aiutano' membri della famiglia a trovare posti e fare carriera spesso vengono considerate come bravi padri/madri di famiglia. Il familismo è un fenomeno che trascende l’accademia e va visto nel complesso culturale del Paese. Vuol ciò dire che non c'è nulla da fare? Che dobbiamo accettare il familismo perché è dappertutto? Direi di no. Bisogna non solo usare le vie legali ma anche fare campagne perché la gente arrivi a vergognarsi di farlo. Ma alcuni presenti sembravano pensare che favorire membri della propria famiglia e favorire membri/studenti della propria scuola di pensiero fossero equivalenti ed entrambi presenti in Italia e assenti in GB. Non è cosi’: anche se il familismo è quasi assente, il favorire persone della propria scuola è molto comune, forse anche più che in Italia. Il processo di favorimento è avvantaggiato dal fatto che l’assegnazione di posti accademici è completamente decentralizzata ed il dipartimento ha molto potere nella loro assegnazione. Basta fare una ‘job specification’ adeguata e risulta che il nostro studente preferito è l’unico che risponde a quei criteri che io stessa – come capo dipartimento – ho stilato. Si può andare più in là: se per caso c’è un altro candidato che sembra rispondere a quei criteri ed ha più pubblicazioni o esperienza di insegnamento, si può fare sempre una ‘creative short list’. Ciò allo scopo di evitare imbarazzi e problemi in sede di discussione finale del concorso dove siedono anche membri di altri dipartimenti nonché rappresentanti del dipartimento delle risorse umane della stessa università. La short list (rosa finale dei candidati) viene fatta nel dipartimento e solo i candidati nella rosa finale saranno intervistati da tutto il comitato finale. Quindi basta eliminare dalla short list candidati troppo vicini e competitivi con il candidato preferito e mettere candidati bravi ma non rispondenti ai criteri di selezione, ed il gioco è fatto: il mio studente/collaboratore avrà il posto.
2. Si è discusso sulla formazione dei giovani e se il livello della laurea triennale è equivalente o no. C’è stato un accenno al fatto che forse, in generale, le lauree triennali possono dare una formazione migliore in Italia che in GB. È possibile questo? E perché succederebbe se, in fondo, in GB c’è un buon sistema di controllo tramite gli esaminatori esterni, cosa assente in Italia? Ci sono buone ragioni per cui in GB si può avere un abbassamento di qualità nell’istruzione e non solo all’università ma probabilmente anche nelle scuole. Se i finanziamenti dipendono dal numero di studenti che passano gli esami e se dai finanziamenti dipendono il nostro posto di lavoro personale e la sorte del dipartimento, non è difficile escogitare sistemi per aumentare il numero di quelli che passano: dalla distribuzione di fogli con punti essenziali e sunti di ogni lezione – che evita allo studente pigro di leggere articoli e libri - ad aiuti nel fare il ripasso. Insomma un imboccare gli studenti per farli passare agli esami.
3. Sylos Labini ha fatto notare come i media tendono a soffermarsi sull’università del malcostume e dei casi perversi di familismo. Raramente si puntualizzano i molti punti positivi di un sistema che comunque tutti i presenti giudicavano come fortemente bisognoso di riforme serie. Uno dei punti positivi del sistema italiano è che – in materie in cui coesistono diversi paradigmi, qualunque ne sia la ragione – c’è ancora una notevole dose di pluralismo a differenza dei sistemi anglosassoni dove gli ultimi 30 anni hanno visto l’emarginazione di paradigmi alternativi e quindi una forte diminuzione del pluralismo. Questo è il caso della mia disciplina, l’economia. In Italia i pochi posti che ci sono non vanno tutti a membri della stessa scuola di pensiero…o non ancora. Credo purtroppo che ciò cambierà con l’instaurazione di sistemi di valutazione della ricerca basati su reputazione di riviste ecc. Un altro elemento che militerà contro il pluralismo sarà la concentrazione dei finanziamenti in pochi centri.
4. Si è discusso molto dei metodi di finanziamento degli studi universitari, in particolare della dicotomia finanziamento con rette universitarie alte o con rette basse e costi a carico del contribuente. Il secondo caso – favorito da Sylos Labini - viene giustificato dal fatto che l’istruzione crea esternalità: tutti possiamo beneficiare del fatto di avere medici o insegnanti. Sono d’accordo su questo e anzi desidero aggiungere che le maggiori esternalità positive della istruzione scolastica e universitaria sono forse dal lato produzione più che dal lato consumo. Esse ricadono sui datori di lavoro che si vedono arrivare forza lavoro già (abbastanza) preparata invece di doverla formare a spese loro. Il caso a favore di rette universitarie (chi trae benefici individuali paga) si impernia sul fatto che, se a pagare è il contribuente, allora i poveri - i cui figli di solito non vanno all’università - pagherebbero per i figli dei ricchi. A prima vista questo ragionamento sembra non fare una piega finché non si nota il seguente: questo è un argomento a favore di tasse più alte – tasse seriamente progressive – per i ricchi. I figli dei poveri sono scoraggiati da rette alte. Da quando in GB le rette universitarie sono state elevate a £ 9000 ci sono meno domande per studiare all'università da parte di giovani provenienti da famiglie non abbienti: la paura di debiti per molti anni è forte anche se il governo cerca di attutire il gravio. Per ultimo desidero far notare che i veri beneficiari del sistema di prestiti agli studenti sono le banche. Il governo avrebbe potuto scegliere di finanziare direttamente i costi, ma non lo ha fatto: ha scelto la via di finanziamento tramite banche cosi’ dando opportunità di creare profitti per le banche. In GB la City - non lontana da dove la Regina fece la famosa imbarazzante domanda e da dove abbiamo assistito alla distribuzione di ciotole di zuppa - ha sempre la meglio.
Sunday, 22 April 2012
Perché la riforma del lavoro non ci convince
di Paolo Falco
Nonostante Monti abbia parlato di una riforma storica, quella del mercato del lavoro che ha appena visto la luce ci lascia scontenti per due motivi principali.
Innanzitutto, la riforma era chiamata a rafforzare la fiducia degli investitori nel mercato del lavoro Italiano, allo scopo di favorire assunzioni, ridurre la disoccupazione e far ripartire la crescita. Una fiducia che non si costruisce solo con la flessibilità, ma innanzitutto con la semplice, veloce e trasparente applicazione delle regole: da sempre il tallone d'Achille del nostro paese.
Mettendo un ulteriore grado d'arbitrio nelle mani dei tribunali del lavoro, chiamati ora a distinguere i licenziamenti disciplinari da quelli economici, e nel caso di questi ultimi a definire le condizioni di 'manifesta insussistenza' che permettono il reintegro del lavoratore, la riforma potrebbe complicare anziché semplificare l'iter giudiziario delle cause di lavoro, aumentando l'incertezza e potenzialmente disincentivando l'investimento.
È vero che la riforma prevede l'introduzione di un rito abbreviato per le cause di lavoro, ma le misure proposte per attuarlo sono anch'esse cavillose e sono in molti a dubitare della loro efficacia.
Da un governo tecnico ci saremmo aspettati un intervento più deciso sullo snellimento dei processi giudiziari che regolano i rapporti di lavoro, perché le lungaggini burocratiche sono davvero una questione 'tecnica', che non dovrebbe cadere vittima del fuoco incrociato delle parti politiche, e come tale meritava maggiore attenzione. L'Italia ha bisogno di semplificazione prima ancora che di flessibilità.
Il nostro secondo motivo di delusione riguarda le misure per ridurre il dualismo, che non fanno abbastanza per i giovani e i precari.
Per prima cosa, dal governo tecnico ci saremmo aspettati una potatura sostanziale della miriade di forme contrattuali che rendono estremamente complesso il nostro mercato del lavoro e sono spesso fonte di illecito e sopruso. La foresta, invece, rimane intatta.
Secondo, la riforma cerca di rendere più costoso l'utilizzo delle forme di lavoro precario, attraverso un aumento dell'aliquota a carico delle aziende. Non serve un economista per capire che in una relazione di lavoro in cui il lavoratore precario non ha molto potere contrattuale, questi aumenti di imposte ricadranno sui salari dei lavoratori stessi.
La nuova norma, quindi, rischia di peggiorare la situazione, se non sarà accompagnata dall'introduzione di un salario minimo orario, che non è una trovata da economia pianificata di stampo Sovietico, ma uno strumento che viene applicato nelle economie capitaliste più avanzate, quali la Gran Bretagna e Gli Stati Uniti.
La terza nota dolente riguarda l'ASPI. Le risorse destinate all'Assicurazione Sociale per l'Impiego sono troppo poche, e troppo limitato ne è l'accesso. Un ammortizzatore sociale non può dirsi 'universale', come nelle intenzioni del Ministro Fornero, se esclude un milione e mezzo di precari.
Inoltre, le politiche attive per il ricollocamento di chi perde il lavoro non hanno ricevuto alcuna attenzione nella riforma. Tali misure, come la riqualificazione di chi non ha lavoro, per facilitarne il passaggio a nuovi impieghi, sono uno dei pilastri dei sistemi di ammortizzatori sociali degli altri Paesi, e senza di esse l'ASPI è molto più vicina a quelle forme di assistenzialismo alle quali presto assoceremo stereotipi negativi. Un ammortizzatore ha il compito di attutire il colpo della disoccupazione, ma proprio come una molla, dovrebbe rilanciare il lavoratore sul mercato. L'ASPI non lo fa, e non fa abbastanza, quindi, per lenire la vera paura dei nostri disoccupati: quella di non riuscire più a trovare un nuovo lavoro.
La regolamentazione nell'uso delle partite IVA è una nota positiva, anche se la sua efficacia si baserà sulla capacità degli organi competenti di effettuare controlli sulla miriade di contratti esistenti.
Positiva è anche l'enfasi sul contratto d'apprendistato, che dovrebbe finalmente favorire la formazione, e la cui applicabilità dovrebbe essere limitata al periodo di vero inserimento. Avremmo voluto, tuttavia, che questa tipologia di contratto fosse caratterizzata da un incremento progressivo delle tutele per rendere progressivamente più appetibile l'assunzione del lavoratore.
Dai tecnici, tuttavia, ci saremmo aspettati di più. Il governo si è impelagato sul nodo più genuinamente politico della questione: quello dell'Art.18, cedendo alla tentazione di far valere la sua forza di governo di Unità Nazionale, ma non riuscendo comunque a vincere i veti incrociati delle parti sociali.
Ci saremmo aspettati un approccio più freddo e lungimirante, che mettesse da parte l'Art. 18, e si concentrasse su due nodi fondamentali alla portata della riforma: la semplificazione e i giovani precari. Questi ultimi continuano a vedersi di fronte una giungla normativa che li lascia ultima ruota del carro e continua, così, a scoraggiarne l'impegno e la formazione. È questa la più grande risorsa sprecata del nostro Paese, e in un periodo in cui il mantra è la crescita dovremmo tenerlo a mente.
Alle parti sociali, ai politici e alla stampa più strillona vorrei dire che sono stati ugualmente miopi, e hanno intrapreso ancora una volta la battaglia sbagliata.
Nonostante Monti abbia parlato di una riforma storica, quella del mercato del lavoro che ha appena visto la luce ci lascia scontenti per due motivi principali.
Innanzitutto, la riforma era chiamata a rafforzare la fiducia degli investitori nel mercato del lavoro Italiano, allo scopo di favorire assunzioni, ridurre la disoccupazione e far ripartire la crescita. Una fiducia che non si costruisce solo con la flessibilità, ma innanzitutto con la semplice, veloce e trasparente applicazione delle regole: da sempre il tallone d'Achille del nostro paese.
Mettendo un ulteriore grado d'arbitrio nelle mani dei tribunali del lavoro, chiamati ora a distinguere i licenziamenti disciplinari da quelli economici, e nel caso di questi ultimi a definire le condizioni di 'manifesta insussistenza' che permettono il reintegro del lavoratore, la riforma potrebbe complicare anziché semplificare l'iter giudiziario delle cause di lavoro, aumentando l'incertezza e potenzialmente disincentivando l'investimento.
È vero che la riforma prevede l'introduzione di un rito abbreviato per le cause di lavoro, ma le misure proposte per attuarlo sono anch'esse cavillose e sono in molti a dubitare della loro efficacia.
Da un governo tecnico ci saremmo aspettati un intervento più deciso sullo snellimento dei processi giudiziari che regolano i rapporti di lavoro, perché le lungaggini burocratiche sono davvero una questione 'tecnica', che non dovrebbe cadere vittima del fuoco incrociato delle parti politiche, e come tale meritava maggiore attenzione. L'Italia ha bisogno di semplificazione prima ancora che di flessibilità.
Il nostro secondo motivo di delusione riguarda le misure per ridurre il dualismo, che non fanno abbastanza per i giovani e i precari.
Per prima cosa, dal governo tecnico ci saremmo aspettati una potatura sostanziale della miriade di forme contrattuali che rendono estremamente complesso il nostro mercato del lavoro e sono spesso fonte di illecito e sopruso. La foresta, invece, rimane intatta.
Secondo, la riforma cerca di rendere più costoso l'utilizzo delle forme di lavoro precario, attraverso un aumento dell'aliquota a carico delle aziende. Non serve un economista per capire che in una relazione di lavoro in cui il lavoratore precario non ha molto potere contrattuale, questi aumenti di imposte ricadranno sui salari dei lavoratori stessi.
La nuova norma, quindi, rischia di peggiorare la situazione, se non sarà accompagnata dall'introduzione di un salario minimo orario, che non è una trovata da economia pianificata di stampo Sovietico, ma uno strumento che viene applicato nelle economie capitaliste più avanzate, quali la Gran Bretagna e Gli Stati Uniti.
La terza nota dolente riguarda l'ASPI. Le risorse destinate all'Assicurazione Sociale per l'Impiego sono troppo poche, e troppo limitato ne è l'accesso. Un ammortizzatore sociale non può dirsi 'universale', come nelle intenzioni del Ministro Fornero, se esclude un milione e mezzo di precari.
Inoltre, le politiche attive per il ricollocamento di chi perde il lavoro non hanno ricevuto alcuna attenzione nella riforma. Tali misure, come la riqualificazione di chi non ha lavoro, per facilitarne il passaggio a nuovi impieghi, sono uno dei pilastri dei sistemi di ammortizzatori sociali degli altri Paesi, e senza di esse l'ASPI è molto più vicina a quelle forme di assistenzialismo alle quali presto assoceremo stereotipi negativi. Un ammortizzatore ha il compito di attutire il colpo della disoccupazione, ma proprio come una molla, dovrebbe rilanciare il lavoratore sul mercato. L'ASPI non lo fa, e non fa abbastanza, quindi, per lenire la vera paura dei nostri disoccupati: quella di non riuscire più a trovare un nuovo lavoro.
La regolamentazione nell'uso delle partite IVA è una nota positiva, anche se la sua efficacia si baserà sulla capacità degli organi competenti di effettuare controlli sulla miriade di contratti esistenti.
Positiva è anche l'enfasi sul contratto d'apprendistato, che dovrebbe finalmente favorire la formazione, e la cui applicabilità dovrebbe essere limitata al periodo di vero inserimento. Avremmo voluto, tuttavia, che questa tipologia di contratto fosse caratterizzata da un incremento progressivo delle tutele per rendere progressivamente più appetibile l'assunzione del lavoratore.
Dai tecnici, tuttavia, ci saremmo aspettati di più. Il governo si è impelagato sul nodo più genuinamente politico della questione: quello dell'Art.18, cedendo alla tentazione di far valere la sua forza di governo di Unità Nazionale, ma non riuscendo comunque a vincere i veti incrociati delle parti sociali.
Ci saremmo aspettati un approccio più freddo e lungimirante, che mettesse da parte l'Art. 18, e si concentrasse su due nodi fondamentali alla portata della riforma: la semplificazione e i giovani precari. Questi ultimi continuano a vedersi di fronte una giungla normativa che li lascia ultima ruota del carro e continua, così, a scoraggiarne l'impegno e la formazione. È questa la più grande risorsa sprecata del nostro Paese, e in un periodo in cui il mantra è la crescita dovremmo tenerlo a mente.
Alle parti sociali, ai politici e alla stampa più strillona vorrei dire che sono stati ugualmente miopi, e hanno intrapreso ancora una volta la battaglia sbagliata.
Saturday, 11 February 2012
Due parole sulla crisi
Considerazioni a margine della partecipazione della fonderia a ‘servizio pubblico’
di Emanuele Ferragina
Ieri a servizio pubblico si è parlato di finanza creativa e globalizzazione. Ospite principale Giulio Tremonti per pubblicizzare il suo nuovo libro. Proverò a riprendere le considerazioni solo abbozzate ieri in trasmissione.
http://www.youtube.com/watch?v=v0X-NfqqDEM
Nel libro di Tremonti diventiamo tutti un popolo, una comunità, che deve difendersi contro lo strapotere della finanza. La realtà è ben più complessa, perché non siamo tutti uguali di fronte alla crisi. Ci sono delle differenze che riguardano gli stati ma anche e soprattutto le persone.
Tre punti in sequenza:
1. La crisi ha colpito specialmente i paesi che hanno visto negli ultimi decenni una prevalenza di politiche di tassazione regressiva (cioè dove si sono abbassate le tasse ai più ricchi). Paesi come la Grecia e la Spagna raccolgono dalle tasse meno del 37% del loro prodotto interno lordo (perché c’è tantissima evasione fiscale, specie fra i più ricchi). D’altro canto, in paesi dove la crisi si è fatta sentire con meno forza, le entrate per lo stato provenienti dalla tassazione sono molto più alte. Il caso più estremo è la Svezia dove tali entrate rappresentano il 54% del Prodotto Interno Lordo. Lì, le tasse le pagano tutti, specie i più ricchi. La redistribuzione operata con la spesa pubblica, permette a queste economie di essere più stabili di fronte alle fluttuazioni del mercato senza gravare eccessivamente sul debito.
2. A proposito di redistribuzione. In Spagna un lavoratore dal reddito medio-basso paga in media il 74% delle tasse versate dal suo omologo svedese, mentre i più ricchi (l'1% più ricco della popolazione) pagano solo il 20% dei loro cugini scandinavi. (fonte: Vicente Navarro, professore a John Hopkins http://www.counterpunch.org/2011/08/19/crisis-and-class-struggle-in-the-eurozone/)
3. Giusto quindi scagliarsi contro i banchieri (per le loro nefandezze), scagliamoci però anche contro i politici che hanno favorito una tassazione regressiva (per es. Bush, Berlusconi, Aznar). Mi sarebbe piaciuto, a questo proposito, chiedere conto a Tremonti in modo stringente del suo operato. Purtroppo per ragioni di tempo non ho potuto farlo.
Concludo dicendo che in assenza di crescita non ci salveranno le misure di austerità ma solo la redistribuzione. Dove per redistribuzione non intendo solo quella di reddito ma anche di opportunità (per esempio per le donne), perché caro Tremonti, la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Abbiamo l’occasione storica di coniugare redistribuzione ed efficienza, speriamo che la politica non se la lasci scappare.
di Emanuele Ferragina
Ieri a servizio pubblico si è parlato di finanza creativa e globalizzazione. Ospite principale Giulio Tremonti per pubblicizzare il suo nuovo libro. Proverò a riprendere le considerazioni solo abbozzate ieri in trasmissione.
http://www.youtube.com/watch?v=v0X-NfqqDEM
Nel libro di Tremonti diventiamo tutti un popolo, una comunità, che deve difendersi contro lo strapotere della finanza. La realtà è ben più complessa, perché non siamo tutti uguali di fronte alla crisi. Ci sono delle differenze che riguardano gli stati ma anche e soprattutto le persone.
Tre punti in sequenza:
1. La crisi ha colpito specialmente i paesi che hanno visto negli ultimi decenni una prevalenza di politiche di tassazione regressiva (cioè dove si sono abbassate le tasse ai più ricchi). Paesi come la Grecia e la Spagna raccolgono dalle tasse meno del 37% del loro prodotto interno lordo (perché c’è tantissima evasione fiscale, specie fra i più ricchi). D’altro canto, in paesi dove la crisi si è fatta sentire con meno forza, le entrate per lo stato provenienti dalla tassazione sono molto più alte. Il caso più estremo è la Svezia dove tali entrate rappresentano il 54% del Prodotto Interno Lordo. Lì, le tasse le pagano tutti, specie i più ricchi. La redistribuzione operata con la spesa pubblica, permette a queste economie di essere più stabili di fronte alle fluttuazioni del mercato senza gravare eccessivamente sul debito.
2. A proposito di redistribuzione. In Spagna un lavoratore dal reddito medio-basso paga in media il 74% delle tasse versate dal suo omologo svedese, mentre i più ricchi (l'1% più ricco della popolazione) pagano solo il 20% dei loro cugini scandinavi. (fonte: Vicente Navarro, professore a John Hopkins http://www.counterpunch.org/2011/08/19/crisis-and-class-struggle-in-the-eurozone/)
3. Giusto quindi scagliarsi contro i banchieri (per le loro nefandezze), scagliamoci però anche contro i politici che hanno favorito una tassazione regressiva (per es. Bush, Berlusconi, Aznar). Mi sarebbe piaciuto, a questo proposito, chiedere conto a Tremonti in modo stringente del suo operato. Purtroppo per ragioni di tempo non ho potuto farlo.
Concludo dicendo che in assenza di crescita non ci salveranno le misure di austerità ma solo la redistribuzione. Dove per redistribuzione non intendo solo quella di reddito ma anche di opportunità (per esempio per le donne), perché caro Tremonti, la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Abbiamo l’occasione storica di coniugare redistribuzione ed efficienza, speriamo che la politica non se la lasci scappare.
Monday, 6 February 2012
Il Paese delle Disuguaglianze
di Paolo Falco ed Emanuele Ferragina
Nel paese delle disuguaglianze quando prendi un taxi senti tutta la rabbia di chi si sente capro espiatorio, nel paese delle disuguaglianze i sindacati dimenticano che ci sono lavoratori e pensionati con tutele diverse, nel paese delle disuguaglianze i politici non ti ascoltano e non si rendono conto che non rappresentano più un paese spaccato.
Roma Fiumicino. Emanuele, il tassista che ci carica a bordo, è un romano schietto e gioviale. Dopo un paio di chilometri, ci racconta che per comprare la sua licenza si è sobbarcato un mutuo che sta faticosamente cercando di ripagare. Emanuele è arrabbiato perché sente che le liberalizzazioni e il caro benzina lo defrauderanno degli sforzi di una vita, mentre il notaio che ha firmato l’atto d’acquisto del suo taxi gli ha appena presentato una parcella esosa. Come possiamo chiedere ad Emanuele di avere fiducia nel sistema?
La storia del paese delle disuguaglianze continua a Servizio Pubblico: interlocutrice Susanna Camusso. In Italia dove più di tre milioni di giovani sono precari e non hanno alcuna protezione contro la disoccupazione, il sindacato continua a concentrare la propria battaglia sulla difesa di chi ha beneficiato di un sistema profondamente iniquo.
Dati ISTAT del 2009 mostrano che l’Italia spende 228 miliardi di Euro all’anno in pensioni di vecchiaia. Questo rappresenta oltre il 14% del PIL, il valore più alto fra i paesi OCSE. Tuttavia nel paese delle disuguaglianze, il problema non è solo la spesa totale. Da un lato, ci sono le pensioni d’oro, quelle delle quali la Camusso non vuole discutere, e che noi identifichiamo come superiori a 2500 euro al mese. Queste pensioni rappresentano il 20% della spesa totale, 43 miliardi di euro, pur essendo erogate solamente al 5% dei pensionati, meno di un milione di persone. Dall’altra parte, ci sono gli 11,6 milioni di pensionati, 62% del totale, che percepiscono meno di 1000 Euro al mese e gravano solo per il 32% sulla spesa totale.
D’altro canto, creare misure per favorire la formazione e il reintegro dei disoccupati nel mercato del lavoro costerebbe circa 9 miliardi di euro l’anno (stime di Boeri e Garibaldi [2009]), poco più di un quinto della spesa totale per le pensioni d’oro. E’ questo lo spread che ci preoccupa. Ma nel paese delle disuguaglianze il sindacato preferisce guardare dall’altra parte. Se è un problema di stime, invitiamo la Camusso a venire a confrontarsi con noi alla Fonderia di Oxford in un dibattito aperto e basato sui numeri. Combattere le disuguaglianze significa avere il coraggio di dire a chi riceve pensioni d’oro che e’ il momento di pensare ai lavoratori precari. Un sindacato che non guarda ai giovani, è un sindacato che muore.
La storia del paese delle disuguaglianze continua anche a Bruxelles, dove politici che hanno perso il contatto con la realtà rappresentano il nostro paese nelle istituzioni europee. Siamo chiamati a discutere la legge Controesodo per il rientro dei cervelli in fuga. Promossa dal Partito Democratico, questa legge favorisce il rientro di lavoratori qualificati attraverso agevolazioni fiscali. Mentre il 30% dei nostri giovani non riesce a trovare lavoro, tale legge rischia di esacerbare le disuguaglianze e favorire il privilegio. Coloro i quali hanno avuto la fortuna di fare esperienza all’estero, rappresentano un frammento privilegiato della società italiana. Se a questo aggiungiamo che la legge Controesodo, concede lo sgravio fiscale solo ai laureati, sorge il dubbio che anche in questo caso nuovi provvedimenti legislativi favoriscano la solita nicchia di fortunati. Di fronte a questo legittimo dubbio ci è stato risposto che in nome della crescita le disuguaglianze diventano un male accettabile. Esistono, tuttavia, proposte alternative che permetterebbero di valorizzare i talenti che sono rimasti nel nostro paese favorendo la collaborazione con i colleghi ‘in fuga’. Grazie alle nuove tecnologie, le competenze acquisite all’estero possono favorire la crescita del paese anche senza un Controesodo. A Catanzaro si sta costituendo una scuola di formazione con lezioni svolte on-line anche da ricercatori che non vivono in Italia. Inoltre, una legge come Controesodo non può prescindere da misure per aumentare la trasparenza e limitare nepotismo e clientelismo. Chi beneficerà delle nuove assunzioni? Nel paese delle disuguaglianze contano ancora troppo il tuo cognome e la tua appartenenza politica. Promuovere lo sgravio fiscale senza eliminare le storture all'ingresso vuol dire ancora una volta chiudere gli occhi di fronte al privilegio. Un'altra riforma a costo zero dovrebbe sancire l'obbligo di pubblicizzare online qualunque posto di lavoro disponibile nel nostro paese.
Esacerbare le disuguaglianze significa sprecare le energie e le motivazioni di chi si trova bloccato in una condizione d’immobilità da cui non riesce a uscire. In Italia crescita e uguaglianza vanno di pari passo. Cosa ci guadagna il paese a investire cinque volte di più nelle pensioni d’oro rispetto alle misure che servirebbero per il reintegro dei disoccupati nel tessuto produttivo? Ci piacerebbe che Monti, i sindacati e i partiti politici rispondessero a questa domanda.
Perché disuguaglianza come ci ricorda Emanuele, vuol dire anche rabbia, diffidenza, impossibilità di ricucire un paese spaccato.
Fonte: Elaborazione degli autori sulla base dei dati ISTAT (2009).
Nel paese delle disuguaglianze quando prendi un taxi senti tutta la rabbia di chi si sente capro espiatorio, nel paese delle disuguaglianze i sindacati dimenticano che ci sono lavoratori e pensionati con tutele diverse, nel paese delle disuguaglianze i politici non ti ascoltano e non si rendono conto che non rappresentano più un paese spaccato.
Roma Fiumicino. Emanuele, il tassista che ci carica a bordo, è un romano schietto e gioviale. Dopo un paio di chilometri, ci racconta che per comprare la sua licenza si è sobbarcato un mutuo che sta faticosamente cercando di ripagare. Emanuele è arrabbiato perché sente che le liberalizzazioni e il caro benzina lo defrauderanno degli sforzi di una vita, mentre il notaio che ha firmato l’atto d’acquisto del suo taxi gli ha appena presentato una parcella esosa. Come possiamo chiedere ad Emanuele di avere fiducia nel sistema?
La storia del paese delle disuguaglianze continua a Servizio Pubblico: interlocutrice Susanna Camusso. In Italia dove più di tre milioni di giovani sono precari e non hanno alcuna protezione contro la disoccupazione, il sindacato continua a concentrare la propria battaglia sulla difesa di chi ha beneficiato di un sistema profondamente iniquo.
Dati ISTAT del 2009 mostrano che l’Italia spende 228 miliardi di Euro all’anno in pensioni di vecchiaia. Questo rappresenta oltre il 14% del PIL, il valore più alto fra i paesi OCSE. Tuttavia nel paese delle disuguaglianze, il problema non è solo la spesa totale. Da un lato, ci sono le pensioni d’oro, quelle delle quali la Camusso non vuole discutere, e che noi identifichiamo come superiori a 2500 euro al mese. Queste pensioni rappresentano il 20% della spesa totale, 43 miliardi di euro, pur essendo erogate solamente al 5% dei pensionati, meno di un milione di persone. Dall’altra parte, ci sono gli 11,6 milioni di pensionati, 62% del totale, che percepiscono meno di 1000 Euro al mese e gravano solo per il 32% sulla spesa totale.
D’altro canto, creare misure per favorire la formazione e il reintegro dei disoccupati nel mercato del lavoro costerebbe circa 9 miliardi di euro l’anno (stime di Boeri e Garibaldi [2009]), poco più di un quinto della spesa totale per le pensioni d’oro. E’ questo lo spread che ci preoccupa. Ma nel paese delle disuguaglianze il sindacato preferisce guardare dall’altra parte. Se è un problema di stime, invitiamo la Camusso a venire a confrontarsi con noi alla Fonderia di Oxford in un dibattito aperto e basato sui numeri. Combattere le disuguaglianze significa avere il coraggio di dire a chi riceve pensioni d’oro che e’ il momento di pensare ai lavoratori precari. Un sindacato che non guarda ai giovani, è un sindacato che muore.
La storia del paese delle disuguaglianze continua anche a Bruxelles, dove politici che hanno perso il contatto con la realtà rappresentano il nostro paese nelle istituzioni europee. Siamo chiamati a discutere la legge Controesodo per il rientro dei cervelli in fuga. Promossa dal Partito Democratico, questa legge favorisce il rientro di lavoratori qualificati attraverso agevolazioni fiscali. Mentre il 30% dei nostri giovani non riesce a trovare lavoro, tale legge rischia di esacerbare le disuguaglianze e favorire il privilegio. Coloro i quali hanno avuto la fortuna di fare esperienza all’estero, rappresentano un frammento privilegiato della società italiana. Se a questo aggiungiamo che la legge Controesodo, concede lo sgravio fiscale solo ai laureati, sorge il dubbio che anche in questo caso nuovi provvedimenti legislativi favoriscano la solita nicchia di fortunati. Di fronte a questo legittimo dubbio ci è stato risposto che in nome della crescita le disuguaglianze diventano un male accettabile. Esistono, tuttavia, proposte alternative che permetterebbero di valorizzare i talenti che sono rimasti nel nostro paese favorendo la collaborazione con i colleghi ‘in fuga’. Grazie alle nuove tecnologie, le competenze acquisite all’estero possono favorire la crescita del paese anche senza un Controesodo. A Catanzaro si sta costituendo una scuola di formazione con lezioni svolte on-line anche da ricercatori che non vivono in Italia. Inoltre, una legge come Controesodo non può prescindere da misure per aumentare la trasparenza e limitare nepotismo e clientelismo. Chi beneficerà delle nuove assunzioni? Nel paese delle disuguaglianze contano ancora troppo il tuo cognome e la tua appartenenza politica. Promuovere lo sgravio fiscale senza eliminare le storture all'ingresso vuol dire ancora una volta chiudere gli occhi di fronte al privilegio. Un'altra riforma a costo zero dovrebbe sancire l'obbligo di pubblicizzare online qualunque posto di lavoro disponibile nel nostro paese.
Esacerbare le disuguaglianze significa sprecare le energie e le motivazioni di chi si trova bloccato in una condizione d’immobilità da cui non riesce a uscire. In Italia crescita e uguaglianza vanno di pari passo. Cosa ci guadagna il paese a investire cinque volte di più nelle pensioni d’oro rispetto alle misure che servirebbero per il reintegro dei disoccupati nel tessuto produttivo? Ci piacerebbe che Monti, i sindacati e i partiti politici rispondessero a questa domanda.
Perché disuguaglianza come ci ricorda Emanuele, vuol dire anche rabbia, diffidenza, impossibilità di ricucire un paese spaccato.
Fonte: Elaborazione degli autori sulla base dei dati ISTAT (2009).
Sunday, 29 January 2012
Riforma del Lavoro Per Chi?
di Martina Di Simplicio
A pochi giorni dalla presentazione del piano sul Lavoro della Ministra Fornero, si fa più accesa la discussione sui vari aspetti della presunta prossima riforma (che trovate presentata qui [1]), alcuni dei quali abbiamo trattato alla Fonderia negli scorsi mesi.
Qualche settimana fa, Stefano ha rilanciato sul blog le sue motivazioni a favore di una riforma tipo “contratto unico” da applicare a tutti i lavoratori futuri [2]. La necessità di una riforma che semplifichi l’attuale legislazione, rendendo più attrattivo e facile assumere per le imprese (quindi creando lavoro) e che rompa il sistema “duale” di lavoratori “garantiti” contro “precari” (per lo più giovani e donne) è largamente condivisa. Lo scontro sembra invece nascere quando si tratta di stabilire qual’è il livello di equilibrio ottimale tra flessibilità del mercato del lavoro, così che le imprese siano libere di rispondere ai flussi di domanda e offerta ma anche incentivate a “tenersi” e formare i propri lavoratori sul lungo termine (e così a innescare meccanismi di innovazione dei prodotti), e tutele dei lavoratori.
Non entro nella diatriba se il modello di contratto unico alla Boeri-Garibaldi o alla Ichino siano davvero lo strumento per estendere finalmente alcune tutele al mondo dei lavoratori precari, ma vi invito a leggere qui [3] il dubbio sollevato da alcuni che il modus operandi poco virtuoso di molti datori di lavoro pubblici e privati italiani porti invece a ridurre ancora di più le possibilità di stabilizzare la posizione di molti lavoratori che di fatto esercitano mansioni di tipo subordiato da anni (indice che di tale mansione c’è necessità continua) pur rimanendo “precari”. Il rischio sarebbe che, al contrario di quanto auspicato, questa riforma finisca semplicemente per moltiplicare all’infinito i nuovi contratti unici triennali di inserimento, che avrebbero sì tutele progressive ma nessuna garanzia all’uscita.
Torneremo a parlare di come diversi paesi europei stanno cercando di intervenire sugli ammortizzari sociali e su politiche del lavoro di fronte alla crisi nel nostro incontro di mercoledì, ospite Stefano Scarpetta, Deputy Director for Employment, Labour and Social Affairs dell’OCSE.
Vorrei adesso, invece, spostare l’asse del discorso, prendendo spunto da un articolo di Luciano Gallino uscito su Repubblica alcune settimane fa [4], da cui riprendo una domanda: perché di fronte alla crisi e alla necessità di creare lavoro, si pensa subito a come lavorare sul dettaglio della “flessibilità” invece di capire come reimpostare in maniera radicale il sistema produttivo italiano, come abbiamo mancato di fare dai tempi della fine della lira?
E allargo la domanda: perché di fronte a una crisi economica fingiamo di non vedere che questa mette in discussione le premesse stesse del nostro sistema economico, e il rapporto tra lavoro, produzione e guadagni? Perché vogliamo adeguare il nostro mercato del lavoro a un sistema dove metà del mondo gioca la competizione su costi di produzione bassi, senza tutele dei lavoratori, e un’altra parte produce guadagni da manovre finanziarie che non si reggono su alcuna variazione reale del prodotto/lavoro?
Perché non immaginare che nel lungo termine per uscire dalla crisi si potrebbe dover invece cambiare sistema? E quindi, ad esempio cominciare a pensare a riformare il lavoro non per rilanciare l’economia ma per migliorare la vita delle persone? Ad esempio, perché non mettere sul tavolo della contrattazione la flessibilità dei tempi di lavoro così da renderli compatibili con i tempi di una famiglia? Perché non riformare il lavoro a partire dalle necessità delle persone in una società dove i rapporti tra lavoro-tempo-guadagno-conoscenza sono cambiati, e poi capire come il sistema di impresa può rispondere a tale necessità. Mi direte che è un’utopia ma forse è un’utopia possible nel momento storico in cui un sistema va in crisi.
Quindi, tornando alle propste del governo, perché invece di parlare di riforma dei contratti prima – per curare l’emergenza –, formazione poi, e ammortizzatori sociali alla fine (vedi di nuovo le proposte del governo qui [1]) non ribaltare le priorità e creare un sistema che sostiene i cittadini a monte (vedi la proposta di un reddito di cittadinanza qui [5]), consentendo sia flessibilità quando c’è poco lavoro che formazione continua?
E magari alla lunga questo potrebbe anche sviluppare un’economia diversa.
[1] Lavoro, ecco il piano Fornero Contratti sfoltiti e protezioni più moderne
di Massimo Giannini, La Repubblica 29/01/12
[2] I soliti luoghi (poco) comuni del nostro mercato del lavoro
di Stefano Caria, Il Blog della Fonderia 10/01/12
[3] Contratti unici e capitale umano
di Chiara Saraceno, La Repubblica 23/01/12
[4] Licenziamenti falso problema
Di Luciano Gallino, La Repubblica 05/01/12
[5] Il Reddito di Cittadinanza: un’utopia possibile
di Emanuele Ferragina, Presentazione della Fonderia 30/01/11
A pochi giorni dalla presentazione del piano sul Lavoro della Ministra Fornero, si fa più accesa la discussione sui vari aspetti della presunta prossima riforma (che trovate presentata qui [1]), alcuni dei quali abbiamo trattato alla Fonderia negli scorsi mesi.
Qualche settimana fa, Stefano ha rilanciato sul blog le sue motivazioni a favore di una riforma tipo “contratto unico” da applicare a tutti i lavoratori futuri [2]. La necessità di una riforma che semplifichi l’attuale legislazione, rendendo più attrattivo e facile assumere per le imprese (quindi creando lavoro) e che rompa il sistema “duale” di lavoratori “garantiti” contro “precari” (per lo più giovani e donne) è largamente condivisa. Lo scontro sembra invece nascere quando si tratta di stabilire qual’è il livello di equilibrio ottimale tra flessibilità del mercato del lavoro, così che le imprese siano libere di rispondere ai flussi di domanda e offerta ma anche incentivate a “tenersi” e formare i propri lavoratori sul lungo termine (e così a innescare meccanismi di innovazione dei prodotti), e tutele dei lavoratori.
Non entro nella diatriba se il modello di contratto unico alla Boeri-Garibaldi o alla Ichino siano davvero lo strumento per estendere finalmente alcune tutele al mondo dei lavoratori precari, ma vi invito a leggere qui [3] il dubbio sollevato da alcuni che il modus operandi poco virtuoso di molti datori di lavoro pubblici e privati italiani porti invece a ridurre ancora di più le possibilità di stabilizzare la posizione di molti lavoratori che di fatto esercitano mansioni di tipo subordiato da anni (indice che di tale mansione c’è necessità continua) pur rimanendo “precari”. Il rischio sarebbe che, al contrario di quanto auspicato, questa riforma finisca semplicemente per moltiplicare all’infinito i nuovi contratti unici triennali di inserimento, che avrebbero sì tutele progressive ma nessuna garanzia all’uscita.
Torneremo a parlare di come diversi paesi europei stanno cercando di intervenire sugli ammortizzari sociali e su politiche del lavoro di fronte alla crisi nel nostro incontro di mercoledì, ospite Stefano Scarpetta, Deputy Director for Employment, Labour and Social Affairs dell’OCSE.
Vorrei adesso, invece, spostare l’asse del discorso, prendendo spunto da un articolo di Luciano Gallino uscito su Repubblica alcune settimane fa [4], da cui riprendo una domanda: perché di fronte alla crisi e alla necessità di creare lavoro, si pensa subito a come lavorare sul dettaglio della “flessibilità” invece di capire come reimpostare in maniera radicale il sistema produttivo italiano, come abbiamo mancato di fare dai tempi della fine della lira?
E allargo la domanda: perché di fronte a una crisi economica fingiamo di non vedere che questa mette in discussione le premesse stesse del nostro sistema economico, e il rapporto tra lavoro, produzione e guadagni? Perché vogliamo adeguare il nostro mercato del lavoro a un sistema dove metà del mondo gioca la competizione su costi di produzione bassi, senza tutele dei lavoratori, e un’altra parte produce guadagni da manovre finanziarie che non si reggono su alcuna variazione reale del prodotto/lavoro?
Perché non immaginare che nel lungo termine per uscire dalla crisi si potrebbe dover invece cambiare sistema? E quindi, ad esempio cominciare a pensare a riformare il lavoro non per rilanciare l’economia ma per migliorare la vita delle persone? Ad esempio, perché non mettere sul tavolo della contrattazione la flessibilità dei tempi di lavoro così da renderli compatibili con i tempi di una famiglia? Perché non riformare il lavoro a partire dalle necessità delle persone in una società dove i rapporti tra lavoro-tempo-guadagno-conoscenza sono cambiati, e poi capire come il sistema di impresa può rispondere a tale necessità. Mi direte che è un’utopia ma forse è un’utopia possible nel momento storico in cui un sistema va in crisi.
Quindi, tornando alle propste del governo, perché invece di parlare di riforma dei contratti prima – per curare l’emergenza –, formazione poi, e ammortizzatori sociali alla fine (vedi di nuovo le proposte del governo qui [1]) non ribaltare le priorità e creare un sistema che sostiene i cittadini a monte (vedi la proposta di un reddito di cittadinanza qui [5]), consentendo sia flessibilità quando c’è poco lavoro che formazione continua?
E magari alla lunga questo potrebbe anche sviluppare un’economia diversa.
[1] Lavoro, ecco il piano Fornero Contratti sfoltiti e protezioni più moderne
di Massimo Giannini, La Repubblica 29/01/12
[2] I soliti luoghi (poco) comuni del nostro mercato del lavoro
di Stefano Caria, Il Blog della Fonderia 10/01/12
[3] Contratti unici e capitale umano
di Chiara Saraceno, La Repubblica 23/01/12
[4] Licenziamenti falso problema
Di Luciano Gallino, La Repubblica 05/01/12
[5] Il Reddito di Cittadinanza: un’utopia possibile
di Emanuele Ferragina, Presentazione della Fonderia 30/01/11
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