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Tuesday, 25 December 2012

Controllo politico delle fondazioni in Italia: una soluzione efficace/efficiente?

di Tommaso Oliviero

Sulle fondazioni bancarie

Le banche sono delle imprese nell’accezione più classica del termine. Sono imprese con un input ed un output specifici: i depositi ed i prestiti, rispettivamente. In altre parole le banche agiscono da intermediari (finanziari) tra l’offerta (i risparmiatori) e la domanda (i debitori). Come tutte le imprese perseguono un obiettivo che è la massimizzazione del profitto. La funzione economica di questo tipo d’imprese è comunque evidente: attraverso tecnologie di selezione e di monitoraggio, le banche decidono quali progetti/investimenti finanziare. Un sistema bancario che funziona correttamente è un sistema che alloca fondi (da credito) a progetti trasparenti e con un alto ritorno economico. Insomma le imprese più produttive. Questo sistema è auspicabile non solo dal punto di vista della banca, ma anche da parte del risparmiatore. Se la banca presta i soldi alle imprese con più alta probabilità di ripagare il debito, minimizza il rischio che i risparmi siano persi. È chiaro anche l’effetto benefico sulla crescita. Puntare su investimenti produttivi è il sale dell’economia; start-up, imprese innovative, etc. possono trovare le condizioni nelle quali costituire e sviluppare le idee vincenti.
Un sistema bancario che non funziona è un sistema in cui, invece, i prestiti vanno alle imprese meno produttive. Questo succede quando c’è poca fiducia, poca trasparenza, o incapacità di selezionare i progetti da parte della banca (per esempio una tecnologia di selezione scadente). Questo sistema rallenta la crescita e scoraggia gli investimenti produttivi. Un sistema bancario inefficiente potrebbe anche essere legato a una scelta del credito basata non sulla massimizzazione del profitto della banca, ma sulla massimizzazione del profitto dei manager. Il manager, potrebbe, infatti, considerare profittevole per se stesso prestare soldi agli amici in cambio di un tornaconto personale. Che cosa succede se il manager è un politico? Potrebbero succedere due cose: 1) il politico è in realtà un agente benevolente. Egli ha a cuore le sorti economiche della comunità di riferimento ed ha come obiettivo la sua crescita economica e, infine, il benessere sociale. Inoltre il politico conosce personalmente la comunità di riferimento e sa selezionare ancor meglio i progetti su cui puntare (cui dar credito e/o fiducia); 2) il politico è un agente al quale interessa essere rieletto e usa la sua posizione di leader per guadagnare. In questo caso, il conflitto d’interessi tra ciò che è giusto per i risparmiatori (implicitamente i proprietari della banca) e ciò che è giusto per se stessi è evidente. Il credito va alle imprese “amiche”. Se va bene, le imprese amiche sono anche le più produttive, e la crescita è preservata. Se va male, allora l’efficienza del sistema è compromessa e le buone idee non trovano sviluppo.

In quali dei due sistemi vive l’Italia? Difficile dirlo con rigore scientifico. Proviamo a ragionare partendo dalle considerazioni che da più parti vengono circa il ruolo delle fondazioni bancarie. Bisogna capire cosa sono, se e come possono influenzare le scelte delle banche attraverso la politica e, infine, quali sono gli effetti di questo sistema sull’economia.

Che cosa sono le fondazioni bancarie? Le fondazioni sono nate all’inizio degli anni 90 a seguito del processo di liberalizzazione del sistema bancario voluto dall’Europa. Negli anni 90 il 50% delle banche erano possedute dallo stato (quindi pubbliche – sugli effetti di tale sistema rimandi il lettore ad un lavoro scientifico di Paolo Sapienza del 2002: The Effects of Government Ownership on Bank Lending). Per preservare l’italianità della proprietà delle banche o per evitare una svendita delle azioni, fu creato un particolare processo di privatizzazione. Le azioni delle nascenti banche private furono acquisite da fondazioni con fini filantropici (quindi non-profit); in seguito queste fondazioni hanno provveduto alla collocazione parziale delle azioni sul mercato. Le fondazioni bancarie in Italia sono attualmente 88. Le fondazioni più grandi in termini di valore delle azioni possedute sono Cariverona, Cariparo, Caritorino, Compagnia di San Paolo, Cariplo, Monte Paschi di Siena. Ognuna di esse promuove delle attività benefiche nella comunità di riferimento, ed ha un coinvolgimento “strategico” di lungo termine in alcune banche. Peccato che il portafoglio degli investimenti di queste fondazioni sia tutt’altro che diversificato. Gli investimenti delle fondazioni sono molto polarizzati in banche specifiche; non è difficile immaginare quali banche. I dati dicono che il 40% delle fondazioni possiede quote di capitale nelle banche di riferimento superiore al 20% del totale delle azioni. Sono per lo più azionisti di maggioranza relativa; detengono quindi il controllo delle banche.

Nonostante il mandato dei membri del consiglio direttivo delle fondazioni sia quello di amministrare il patrimonio e decidere le missioni filantropiche da perseguire, le fondazioni rimangono i principali proprietari delle banche di riferimento ed hanno potere decisionale sulle scelte del management. Il loro impatto sulla gestione è più che indiretto.

Cosa c’entra la politica? In media il 22% dei membri del comitato direttivo è un politico. In alcune fondazioni, come MPS, il presidente del comitato dei membri è nominato dal sindaco di Siena. Il resto è dei membri è nominato tra professori universitari e professionisti locali con il sospetto (legittimo) che la politica rientri direttamente anche in queste nomine.

Quindi, la politica controlla le fondazioni; le fondazioni possiedono quote di controllo nelle banche. Il sillogismo aristotelico è immediato.

L’ultima cosa da dimostrare è se questo effetto sia benefico o malefico per l’economia. Cioè se i politici sono del tipo 1) o 2). Questo rappresenta la cosa più difficile da dimostrare. Non vi è una prova empirica dell’effetto della presenza dei politici sulle fondazioni. Tuttavia, alcune evidenze ci dicono che l’Italia è uno dei paesi industrializzati dove la spesa pubblica è meno produttiva (tempi della giustizia civile, risultati della istruzione obbligatoria, costi e durata delle pratiche amministrative etc.). I recenti scandali che affliggono il mondo politico ci aiutano anche a capire il perché di questa scarsa produttività: una classe politica incompetente e corrotta. Troppo facile sostenere che i nostri politici ricadano nella categoria 2.

In Italia, il buon funzionamento del sistema bancario è fondamentale per l’economia aggregata poiché i prestiti da intermediari finanziari rappresentano la maggiore parte del finanziamento delle imprese. Non possiamo permetterci oltremodo di sopportare il costo sociale di questa inefficienza.

I dati sulle fondazioni sono presi dal report di Mediobanca “Italian Banking Foundations” di A. Filtri e A. Guglielmi.

Tuesday, 18 December 2012

Oltre l’austerità: quali proposte per uscire a sinistra dalla crisi?

di Andrea Pisauro, vicecoordinatore SEL UK

Quale alternativa all’austerità? Cosa deve fare un eventuale governo di centrosinistra per uscire dalla crisi senza scaricarne i costi sui ceti popolari?
Il prossimo 14 Dicembre a Londra, il circolo Radio Londra di SEL organizza una giornata di riflessione sulle proposte di politica economica per uscire “da sinistra” dalla crisi.
Alla presenza di Gennaro Migliore, della segreteria nazionale di SEL, e di economisti, ricercatori e studenti, verranno analizzate le principali idee dell’economia “alternativa” alla ricerca di soluzioni utili per fare uscire il paese dal pantano della crisi.

A quattro anni dall’inizio della crisi, tre dal suo “contagio” in Europa e il conseguente avvio della stagione “dell’austerità”, si sta pian piano affermando una consapevolezza diffusa del fatto che le ricette imposte ai paesi dell’area Euro dall’asse conservatore Bruxelles-Francoforte-Berlino non stanno affatto funzionando. Anzi, contribuiscono all’aggravarsi della situazione economica dei paesi periferici della zona Euro dove la disoccupazione continua a crescere e gli effetti della crisi vengono scontati quasi interamente dai ceti popolari.
Questa consapevolezza è arrivata a lambire templi sacri dell’ideologia neoliberista, come il Fondo Monetario Internazionale che arriva a riconoscere il devastante impatto dell’austerità sulla crescita, e riecheggia perfino nelle parole del Berlusconi che rivendica un suo veto sul “Fiscal Compact” ai tempi in cui era Presidente del Consiglio, attaccando Monti e la sua “recessione senza fine”. D’altronde, che il concetto di austerità espansiva (cioè benefica per l’economia) fosse debole sia sul piano teorico sia su quello pratico, era chiaro già da tempo agli economisti che, in Italia, piu’ di due anni fa scrissero una lettera aperta, rimasta inascoltata, che metteva in guardia dai pericoli di deflagrazione della zona Euro e aggravamento della crisi generati dall’austerità e a quelli che più recentemente, nell’ebook “Oltre l’austerità” pubblicato su micromega, hanno abbondamente documentato il fallimento della strategia dei tagli, proponendo una molteplicità di importanti chiavi di lettura alternative.
D’altro canto questo mutamento di prospettiva non si è ancora tradotto in atti concreti se si considera che anche il recente piano di acquisti illimitati dei titoli di stato (OMT), varato a Settembre dalla BCE (il cosiddetto Bazooka) pur permettendo agli spread di Spagna e Italia di respirare un pochino, presenta numerose limitazioni (“forche caudine” per accedere al piano, che implicheranno sottostare a ulteriori pesanti imposizioni di austerità, e sterilizzazione degli acquisti di titoli) che non lasciano presagire nulla di buono per i prossimi mesi e rischiano solo di aver comprato un po’ di tempo.

Del resto, con l’approvazione del Fiscal Compact che subordina le scelte economiche nazionali al dogma del pareggio di bilancio e della riduzione a ritmi esasperati del rapporto debito/PIL, uscire dal tunnel dell’austerità è più facile a dirsi che a farsi, come ha dovuto constatare anche Hollande in Francia e come in generale è dimostrato dalle difficoltà dei partiti socialisti europei nell’offrire un’alternativa concreta ai tagli imposti dalla troika.
Il problema fondamentale è che la risposta alla crisi, che deriva per molti aspetti anche dalla struttura formale dell’unione monetaria e dai vincoli imposti a livello comunitario, non può prescindere da una strategia continentale e da riforme delle istituzioni europee.
Per questo il dibattito, anche e soprattutto a sinistra, si è concentrato su modifiche allo statuto e alla prassi della BCE, per estendere la sua linea di acquisti di titoli governativi oltre i confini stabiliti dai vari programmi d’intervento (Efsf/Esm e ora Omt). Queste proposte, che tentano di introdurre un ruolo per la BCE come “prestatore di ultima istanza” si sono accompagnate all’eterno dibattito sull’emissione di Eurobond che ha tenuto banco per mesi senza mai riuscire a superare il veto di Berlino, e da quello più circoscritto riguardante l’introduzione di Project Bonds legati a singoli progetti di sviluppo, fino alla proposta di usare la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) per il lancio di un New Deal europeo che rilanci la crescita tramite gli investimenti.

L’iniezione di liquidità a garanzia del debito e a sostegno della crescita non sono state le uniche proposte di sinistra per superare la crisi. Un altro filone di misure ha riguardato proposte di tassazione delle rendite finanziarie (Tobin Tax) spesso arenatesi in infinite discussioni e sempre infrantesi sul veto britannico a difesa della City. Varie proposte di riforma del sistema bancario sono state avanzate attorno al pilastro della separazione tra banche commerciali e banche d’investimento per salvare le linee di credito all’economia reale dai rischi delle crisi finanziarie.

Più difficile aggredire le cause strutturali degli squilibri macroeconomici interni all’Eurozona. Per un decennio circa si è parlato di rendere più competitivi i paesi periferici, in particolare e non casualmente puntando sulla riduzione del costo del lavoro anziché sulle misure necessarie per accrescere la produttività. Analisi più recenti hanno puntato l’indice contro gli squilibri della bilancia dei pagamenti con l’estero dei paesi della zona dell’euro, come sorgente dei flussi di credito che hanno alimentato le bolle dei debiti pubblici e privati nei paesi della periferia. Proposte interessanti in questo senso hanno riguardato l’introduzione di standard retributivi che, in media in un dato paese, facciano crescere i salari in proporzione alla produttività, in modo da prevenire fenomeni di “dumping sociale” interni all’area dell’euro. Altre proposte hanno riguardato il coordinamento delle politiche macroeconomiche, che dovrebbero essere espansive nei paesi in surplus di bilancia dei pagamenti, e restrittive in quelli in deficit.

Se la strategia di uscita dalla crisi deve essere coordinata a livello europeo, l’Italia è ovviamente un tassello cruciale nel puzzle della costruzione di una politica alternativa all’austerity per superare la crisi, e decisivo sarà il ruolo del prossimo governo, a partire dai primi mesi del suo mandato. L’Italia potrebbe essere il perno decisivo di una coalizione progressista che metta definitivamente all’angolo le pretese egemoniche della Germania mercantilista. La domanda del “che fare?” è dunque di stringente attualità, a maggior ragione in uno scenario politico che vede tuttora come più probabile la prospettiva di un governo di centrosinistra nella prossima legislatura.

Il dibattito delle primarie del centrosinistra, tuttavia, non è ancora stato in grado di dirimere i nodi piu’ pressanti, anche perche’ sulla stessa interpretazione delle cause della crisi, nella coalizione sono presenti vari punti vista, con uno spettro di posizioni identificabili dal livello di “montismo” e dal sostegno ideologico offerto alla strategia dell’austerità.
Addirittura nel dibattito TV nessuno ha fatto menzione della possibilità di rinegoziare il Fiscal Compact e Renzi si è spinto a dire che anche solo parlarne metterebbe il paese in pericolo.
Del resto, il sindaco di Firenze e “l’ala destra” del PD sono più o meno compatti nel sostenere la linea di sacrifici mentre il versante sinistro del fronte bersaniano, guidato dal “socialdemocratico” Fassina, non perde occasione di ribadire la necessità di superare “da sinistra” l’esperienza del governo Monti. Tuttavia anche nella maggioranza bersaniana permangono intatte una serie di ambiguità quando si ribadisce continuamente fedeltà all’impianto degli accordi europei anche quando si usano gli accenti più critici nel giudicare l’ideologia neoliberale delle scelte a livello europeo. Viene inoltre ribadita la necessità di ridurre il debito pubblico, costi quel che costi, rifiutando di considerare l’obiettivo di una sua stabilizzazione e poche parole vengono spese riguardo a politiche industriali di orientamento dello sviluppo, mantenendo alta l’attenzione solo su politiche volte a fronteggiare l’emergenza finanziaria.

La stessa Carta d’intenti che istituisce e definisce i contorni programmatici delle primarie è tutto meno che chiara rispetto a come comportarsi rispetto ai “vincoli esterni” dei trattati europei e del giudizio dei mercati che rischiano di commissariare con grande anticipo qualunque speranza di cambiamento.
La candidatura di Nichi Vendola e più in generale la partecipazione di SEL alla coalizione di centrosinistra offrono un’occasione per quanti vogliano esprimere un’opzione di dissenso radicale dalle politiche recessive imposte a livello europeo e placidamente accettate dal governo dei “tecnici” e da buona parte del PD. Peraltro, la partita per ribaltare l’austerità si gioca tanto in casa, nello spostare più a sinistra l’asse della coalizione, che in trasferta, costruendo a livello europeo un serio gioco di squadra con i partiti socialisti e socialdemocratici per un ribaltamento del retroterra cuturale su cui poggiano le politiche recessive imposte dalla BCE.
Ed è proprio nel rapporto con l’Europa che il centrosinistra italiano sconta i suoi limiti peggiori, con il PD che sfugge non solo formalmente all’adesione al socialismo europeo, laddove la sua analisi della crisi è viziata da ritardi e contraddizioni che ne minano la credibilità in termini di proposta d’alternativa e non contribuiscono a capire quali saranno poi le scelte di fondo di un eventuale governo di centrosinistra.

E’ dunque urgente e necessaria una discussione franca e concreta sulle linee guida della politica economica della coalizione di centrosinistra. Per evitare di perdere anche questa occasione e rimandare la discussione su nodi cruciali a più ristretti consessi di anguste segreterie di partito, occorre uno sforzo ora, anche da parte della società. Con questo spirito, il circolo Radio Londra di Sinistra Ecologia e Libertà sta organizzando per il prossimo 14 dicembre a Londra una giornata di riflessione sulle proposte di politica economica che potrebbero caratterizzare in modo chiaro un’agenda alternativa all’austerity per il prossimo governo di centrosinistra (incrociando le dita). Il dibattito è aperto. Non lasciamolo cadere.

Sunday, 18 November 2012

Quale riforma del lavoro per l'Italia?

di Francesco Sinopoli

La politica sul lavoro del Governo Monti è fortemente influenzata dall'apparato teorico concettuale contenuto nel Rapporto Ocse del 1994, successivamente acquisito dal Fondo Monetario Internazionale e poi dalla Bce anche nella famosa lettera all'Italia inviata nell'agosto 2011.

Secondo questa impostazione solo un mercato del lavoro perfettamente flessibile, in un contesto neutrale di politiche macroeconomiche, ridurrebbe la disoccupazione.

La traduzione pratica è contenuta in due ricette: libertà di licenziamento e aumento dell'orario di lavoro a parità di salario. In realtà, le valutazioni del rapporto Ocse e degli altri documenti che ne riprendono lo spirito sono di natura politica e ideologica. E' sufficiente a dimostrarlo un dato comparatistico: le migliori esperienze europee quanto a performance occupazionali hanno in comune una elevata imposizione fiscale, impegnative politiche di formazione professionale ed elevati investimenti in R&S; non bassi salari e licenziamenti facili. Gran Bretagna, Svezia e Danimarca , ma anche la Germania negli ultimi anni hanno «regimi di protezione dell'impiego» completamente diversi. Si passa dall'ampia libertà di licenziamento tipica del sistema danese, alle regole di protezione deboli dell'ordinamento britannico fino all'estremo opposto, rappresentato dal sistema svedese di tutela contro il licenziamento ingiustificato, paragonabile al nostro per intensità protettiva. Senza dimenticare il modello tedesco di coderminazione fondato su relazioni industriali ancora relativamente solide nonostante la crisi.

E' in questo contesto che si inserisce la legge 92/2012.

Coerentemente, infatti, durante l'iter parlamentare è stato esplicitamente affermato che il disegno di legge pur centrato sull'allentamento della “rigidità in uscita” avrebbe contenuto misure di “riequilibrio” rappresentate da norme di limitazione del precariato e di tutela contro gli abusi di contratti non standard.

Si deve ricordare che nostro paese la maggior parte delle aziende dove trova applicazione l’art. 18 si colloca in quelle aree geografiche dove registriamo livelli occupazionali pari alle migliori performance europee e dove si producono i beni a più alto valore aggiunto, quelli che maggiormente esportiamo. In queste aziende, non a caso forse, il livelli di precarietà si sono mantenuti negli anni su tassi fisiologici.

Il governo ha comunque deciso di indebolire fortemente il diritto ad essere reintegrati nel posto di lavoro nel caso di un licenziamento illegittimo privilegiando l'indennizzo monetario che, peraltro, viene anche ridotto negli importi rispetto alla normativa pre "Fornero".

In particolare il giudice può disporre il reintegro solo nell'ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (ragioni economiche e organizzative). Al giudice viene riconosciuto un ampio potere discrezionale anche perchè l'uso del verbo potere sembra attribuire una mera facoltà anche in caso di "manifesta insussistenza". Del resto è quanto affermato da Monti in data 8 Aprile 2012 in replica al Wall Street Journal: "Per il motivo economico non è più previsto il reintegro. Solo nel caso in cui il fatto sia considerato manifestamente insussistente il giudice può, e non deve, come chiedevano il PD e certi sindacati decidere per il reintegro".

L'intervento principale assieme a quello sui licenziamenti riguarda i contratti "flessibili".

Non si introduce alcun contratto unico di ingresso (diversamente dagli annunci) e si mantengono le svariate tipologie esistenti operando una manutenzione finalizzata a liberalizzare l'utilizzo del contratto a tempo determinato rendendo più difficile abusare dei contratti a progetto. La “stretta” non riguarda le partite iva che superano un determinato reddito ma, soprattutto, queste misure non sono accompagnate da una estensione del welfare lavoristico per i lavoratori intermittenti che restano fortemente svantaggiati anche sotto il profilo previdenziale.

L'impressione è che il governo piuttosto che concentrarsi sull'emergenza crisi abbia voluto realizzare una operazione di immagine. Cosa serviva davvero in questa fase? Per prima cosa un sistema di sostegno al reddito rivolto anche a coloro che oggi ne sono esclusi: alle lavoratrici e ai lavoratori parasubordinati; a chi presta la sua opera con p.iva e vede una drastica diminuzione del proprio reddito a causa della perdita di gran parte dei suoi committenti; a tutti i lavoratori a tempo determinato che oggi non vi posso accedere. Meccanismi di tipo strettamente contributivo potrebbero non essere capaci di sostenere il fabbisogno di protezione di soggetti altamente esposti al rischio disoccupazione quindi prevedere un progressivo spostamento verso la fiscalità generale attraverso la costituzione di un reddito di base. Allo stesso tempo riformare il sistema pensionistico nel senso vero del termine. L'allungamento generalizzato dell'età pensionabile (fino a 5 anni) non è stato compensato da alcun vero intervento a vantaggio degli intermittenti.

I bassi compensi e buchi contributivi mettono a rischio l'intero sistema previdenziale oltre a garantire al massimo pensioni da 300 euro in media ai lavoratori parasubordinati

Si dovrebbero garantire compensi più alti; contributi figurativi, una ripartizione del carico contributivo anche per i lavoratori indipendenti. In prospettiva un "vero" contratto unico.

La disponibilità «giuridica» dei contratti di lavoro autonomo utilizzati in sostituzione del lavoro dipendente, economicamente convenienti in quanto poco tutelati, a iniziare dai minimi salariali, ha reso possibile una vera e propria fuga non tanto dalla subordinazione, ma dallo statuto «protettivo» del lavoro subordinato. In realtà è la stessa distinzione netta tra lavoro autonomo e lavoro subordinato che oggi non ha senso. Margini potenzialmente crescenti di autonomia esistono in tutti i lavori. Allo stesso modo può accadere che nel lavoro autonomo fuori dall'impresa organizzata la dipendenza economica sia più forte che nel lavoro subordinato. Riscrivere il contratto di lavoro superando l'attuale bipartizione ripartendo dagli studi di Massimo D'Antona.

Articolare i diritti in relazione alla misura dell'integrazione nell'organizzazione del lavoro e allargare gli strumenti di sostegno al reddito nelle fasi di non lavoro attraverso uno strumento di tipo universalistico sostenuto anche dalla fiscalità generale.

Porre al centro del contratto la collaborazione al fine di realizzare un progetto più che l'esecuzione di direttive altrui e il diritto dovere alla formazione e all'autoformazione.

Ma i problemi del lavoro sono soprattutto quelli del nostro sistema produttivo che punta prevalentemente a ridurne il costo. Non esiste legge che possa da sola invertire questa tendenza. Il punto vero è modificare la specializzazione produttiva che oggi purtroppo vede prevalere beni a basso valore tecnologico. Ciò naturalmente ha effetti sulla qualità del lavoro. L'industria senza ricerca e innovazione richiede qualifiche professionali basse, ritiene poco importante il titolo di studio privilegia i contratti precari. Non è un caso infatti che abbiamo un numero di laureati impiegati nel mondo del lavoro tra i più bassi d'Europa per non parlare dei dottori di ricerca. Altro che economia della conoscenza. Senza modificare la specializzazione produttiva concentrandola su beni ad alto valore di conoscenza e senza proseguire nelle innovazioni di processo che hanno caratterizzato anche le nostre produzioni prevalenti negli anni passati ci limiteremo a gestire un progressivo impoverimento.

Lo stato deve concentrarsi sulla domanda di innovazione attraverso la cura delle infrastrutture fondamentali e dei beni comuni, serve che utilizzi gli incentivi alle imprese solo per sostenere l'innovazione su progetti mirati in un contesto di politica industriale. Ciò naturalmente richiede una diversa strategia europea . Il fiscal compact è il primo nemico dello sviluppo. Per concludere.

Le competenze e le conoscenze sono questione centrale dei processi di sviluppo in ogni paese ma nel nostro, per le ragioni sommariamente esposte, più che in altri.

Le politiche di intervento finalizzate a realizzare un nuovo sviluppo non possono quindi prescindere dall'accumulazione di “capitale immateriale” cioè investimenti nelle persone che lavorano all'interno del sistema ricerca e università.

Da qui si deve partire anche per cambiare la struttura occupazionale del nostro Paese.

Tuesday, 23 October 2012

La questione meridionale è anche una questione di sentimenti

di Tommaso Oliviero

Sono napoletano. In realtà sono nato nella provincia a nord-est di Napoli. Vengo da Cardito. Una cittadina dall’imbarazzante immobilismo. Oltre ad essere una città con i suoi riti quotidiani e perpetui, è anche nel bel mezzo di Gomorra (quella di Saviano). In realtà non si conoscono i confini di Gomorra. Non saprei dirvi con precisione quanto ne è dentro e quanto ne è fuori. Ma, in fondo, non fa alcuna differenza. Siamo nella patria della camorra e del problema spazzatura.

Quando mi sono trovato a parlare del libro di Saviano con i miei colleghi, settentrionali o stranieri, ho sempre sviato il discorso. Sinceramente non per vergogna. Non provo alcun imbarazzo a dire di essere napoletano. Non ne sono nemmeno così fiero in fondo. Per me essere di Napoli è come avere i capelli scuri. Non sono mai fondamentalista e lo sono ancor meno parlando di Napoli.

La verità è che non so cosa dire. Credo che i miei colleghi/amici non capirebbero. Come fai a spiegare il tuo sentimento di odi et amo? Come fai a raccontare che ami la città della tua famiglia, del tuo primo amore. È la città della tua squadra del cuore. È la città dei tuoi amici di infanzia. Come fai a raccontare che lì ci vivono tante persone tra le più amabili e oneste che tu abbia mai conosciuto. Allo stesso tempo non puoi non ammettere che Napoli è una città violenta. A Napoli succede che muori ammazzato per errore. Altre volte ti uccidono per una rapina. Succede che la camorra ti chiede il pizzo se cominci una ristrutturazione di casa. Succede che ti rubano il tuo primo motorino. Ed anche il secondo.

Ecco cari amici, succede che non riesco a parlare onestamente della mia città. Non riesco a comunicare, a trasmettere il mio sentimento. È la parte del mio inconscio che più avrebbe bisogno di sedersi su una poltrona da psicoanalista. Succede che c’è una questione meridionale nel mio spirito. Una questione fatta di sentimenti.

A volte i sentimenti si confondono con la ragione. La parte razionale emerge quando cominci a chiederti, se ne vale la pena di tornarci a vivere. A casa tua. Dalla tua famiglia. Dai tuoi amici. Perché sopportare il rischio di essere ammazzato? O peggio, che tuo figlio sia ammazzato per il furto di un motorino?

Succede anche che, nel profondo del tuo cuore, ti chiedi se puoi fare qualcosa. Qualcosa di attivo. Per la tua città. Per te stesso. Per i tuoi sentimenti.

Vedete ragazzi, credo che la mia personale questione meridionale, sia la questione di tanti ragazzi del Sud. Tanti ragazzi che vanno via o che vogliono andare via. O che sono costretti ad andare via (povero Saviano). Non eroi. Semplici cittadini. Sognatori.

Non saprei dirvi perché, ma credo che in fondo, una buona parte della questione meridionale, quella economica, sia correlata ad una questione di sentimenti. Ho paura che quando in tutti noi prevarrà la voglia di scappare, allora si che non ci sarà più futuro per il Sud. Economico, ma non solo. Ho paura, seriamente. Perché, in fondo, credo che in me stia prevalendo proprio quella voglia. Quella di non ritornarci.

Questa riflessione è ispirata dal recente fatto di cronaca che ha visto un mio giovane concittadino vittima di un omicidio. Tra i tanti episodi di cronaca nera che vedono ogni giorno Napoli protagonista, questo mi ha colpito oltremodo. Perché Pasquale Romano è stato ucciso per uno scambio di persona. Si è trovato al posto sbagliato al momento sbagliato. A lui va il mio pensiero.

Sunday, 30 September 2012

Le 10 proposte di Fermare il declino

di Tommaso Oliviero.

In un clima politico ed economico quanto mai incerto, il gruppo di professori che curavano il blog “noisefromamerika” ha deciso di varcare il Rubicone e di lanciarsi in un progetto politico nuovo. Lo ha fatto lanciando una iniziativa in rete insieme ad un gruppo di nuovi associati (e/o aderenti), tra cui spicca il giornalista Oscar Giannino. Nome dell’iniziativa: Fermare il declino.

Noise-from-amerika è un blog creato da economisti che lavorano in U.S.; negli ultimi anni hanno ottenuto un crescente successo grazie ad una serie di articoli precisi e pungenti, oltre che un libro-critica sulla politica economica di Tremonti. Siamo convinti che trovare una definizione di economista è difficile persino all’interno di un dipartimento di economia. Cerchiamo di definire il tipo: hanno seriamente studiato, fanno ricerca in maniera rigorosa, e pubblicano su riviste scientifiche di massimo livello. Non Tremonti e Brunetta, ecco.
Oscar Giannino è un noto ed eccentrico giornalista economico. Ha una laurea in legge, fa giornalismo da sempre, ogni mattina sbandiera ai quattro venti il suo motto: “Stato ladro”. Si può definire un serio giornalista economico, più difficilmente un’economista nell’accezione che abbiamo utilizzato prima.

Passare da un blog ad un partito politico è un’esperienza già vista (leggi M5S). Amano definirsi una nuova forza politica, quindi né un partito ma nemmeno un movimento. È chiaro ed esplicito l’intento di prendere le distanze dai vecchi partiti e da Beppe Grillo.
L’aspetto più innovativo è rappresentato dal fatto che Fermare il declino cerca adesioni nel pubblico della rete partendo da 10 proposte per il rilancio dell’economia Italiana. Sono delle proposte che mirano a ridurre il debito pubblico, la pressione fiscale e a risolvere i problemi istituzionali del paese soprattutto nell’ambito della politica economica. Le 10 proposte sono sinceramente tutte molto condivisibili. Sono un insieme di applicazione di noti principi economici uniti ad un’abile semplificazione logica e verbale utile alla divulgazione ”popolare”.

Non ci soffermiamo sulle possibili strategie elettorali che questo gruppo potrebbe prendere, ma vorremmo invece entrare nel merito degli obiettivi di questa forza politica.

Le 10 proposte seppur condivisibili, sono talvolta vaghe. Dietro ogni punto ci sono un mare di punti da chiarire. I leader del movimento lo sanno e probabilmente lavorano nel retroscena per affinare i concetti e gli spunti. Ma soprattutto, i lettori e gli aderenti lo sanno. Ed allora? Perché non essere da subito più precisi? Il motivo potrebbe essere che il lancio di un nuovo soggetto politico rappresenti solo un modo per stimolare la discussione politica in vista delle nuove elezioni. Questo però è lontano dall’obiettivo dichiarato di creare una nuova forza politica. Se si vuole realmente competere sul piano della qualità delle proposte, perché non spiegare meglio l’attuabilità delle proposte? Alcuni esempi. Il tema della lotta all’evasione fiscale. Perché non chiarire con quali strumenti verrà di fatto combattuta l’evasione? Quale tipo di innovazione si propone? Stessa considerazione quando si parla della soluzione dei problemi del mercato del lavoro e dell’istruzione.

La vera forza innovativa di soggetto Fermare il declino potrebbe essere la capacita’ di spiegare in maniera chiara e semplice i meccanismi attraverso i quali si vogliono raggiungere taluni obiettivi, partendo da un dibattito interno per poi divulgarlo. Andare oltre i proclami, spiegare agli elettori quali strumenti si intende utilizzare e quali saranno le ripercussioni sull’economia e la società italiana darebbe un segnale serio e incontrovertibile di una politica nuova.

Il rischio è che le 10 proposte rimangano imitabili proclami elettorali.

Thursday, 20 September 2012

Fiscal compact e low-carbon economy

di Stefano F. Verde

In risposta alla crisi dei debiti sovrani, i governi UE, con le eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca, hanno concordato il Fiscal Compact. Il Trattato dispone l’adozione, preferibilmente nei testi costituzionali, del vincolo del pareggio di bilancio. Tecnicamente, quest’ultimo è da ritenersi rispettato se il deficit strutturale (ovvero al netto degli effetti della congiuntura economica) non supera lo 0,5% del PIL (1% per i Paesi con debito inferiore al 60% del PIL).

La prescrizione di una così ferrea disciplina di bilancio ha suscitato numerose critiche e sempre più spesso, nel dibattito pubblico, viene rimarcata la necessità di conciliare rigore dei conti e stimolo della crescita. In questo contesto, Mario Monti e Mario Draghi, rispettivamente Presidenti del Consiglio e della BCE, recentemente si sono espressi a favore di un rilancio degli investimenti pubblici. Lo scorso 9 maggio, Monti ha proposto di non considerare la spesa in investimenti ai fini del suddetto pareggio di bilancio. In altre parole, di permettere che lo Stato si indebiti per finanziare la spesa in investimenti. Il 24 maggio, Draghi ha suggerito di accompagnare il Fiscal Compact con un “Growth Compact”. Questo poggerebbe su tre pilastri, uno dei quali sarebbe appunto il rilancio degli investimenti pubblici in infrastrutture, capitale umano e ricerca e innovazione. “Vanno in questo senso le proposte di rafforzamento della Banca Europea per gli Investimenti e di riprogrammazione dei Fondi strutturali dell’Unione”, ha aggiunto Draghi.

Gli investimenti, pubblici o privati, sono una precondizione dello sviluppo economico. Il Fiscal Compact, così com’è, concede poco spazio ai primi e ‘’confida’’ molto nei secondi. La questione che pongo è la seguente: può un tale approccio alla politica fiscale ostacolare il raggiungimento di imprescindibili obiettivi di lungo periodo della politica climatica? Ridurre le emissioni di gas serra dell’80-95% entro il 2050, come l’UE si propone di fare, implica un radicale cambiamento del sistema produttivo. E’ pensabile che questo si possa realizzare senza un contributo sostanziale di investimenti pubblici?

Nella Comunicazione della Commisione Europea “Una tabella di marcia verso un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050”, si legge che saranno necessari investimenti “cospicui e sul lungo periodo” e che tale sforzo “corrisponde a un investimento annuo supplementare pari all’1.5% del PIL dell’UE. [...] Si tratterebbe quindi di tornare ai livelli di investimento precedenti la crisi economica.” Purtroppo non ci è dato di sapere come queste cifre sono state ottenute. In merito al finanziamento degli investimenti, poi, si legge:

Mobilitare il potenziale di investimento del settore privato e dei consumatori rappresenta una sfida importante. [...] Rimane quindi la questione cruciale di capire come la politica possa creare un contesto propizio a questo tipo di investimenti, in particolare mediante nuovi modelli di finanziamento. [...] Per ovviare ai rischi finanziari e ai problemi di liquidità iniziali è essenziale disporre di ulteriori meccanismi di finanziamento pubblico/privato. Grazie a strumenti innovativi quali fondi di rotazione, tassi di interesse preferenziali, regimi di garanzia, meccanismi di ripartizione del rischio e meccanismi misti, il finanziamento pubblico può mobilitare e orientare il finanziamento privato necessario, anche a livello delle PMI e dei consumatori, stimolando così, con risorse limitate, una moltitudine di finanziamenti del settore privato. La Banca Europea per gli Investimenti, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e i fondi ad hoc previsti dal prossimo quadro finanziario pluriennale dovrebbero dare un ulteriore contributo al finanziamento di tecnologie ad elevata efficienza energetica e a basse emissioni di carbonio.

La Commissione, dunque, riconosce un ruolo importante ai finanziamenti pubblici, ma non fornisce stime della loro entità [1]. Nella Comunicazione “Tabella di marcia per l’energia 2050”, sempre della Commissione, si legge altresì:

I rischi degli investimenti devono essere sostenuti dagli investitori privati, tranne quando esistano chiari motivi per giustificare il contrario. Alcuni investimenti nel sistema energetico hanno tuttavia natura di bene pubblico. Per questo, potrebbe essere garantito un certo sostegno a interventi innovativi (ad esempio, veicoli elettrici, tecnologie pulite). Un aumento e un affinamento dei finanziamenti erogati da istituti finanziari pubblici, quali la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) o la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) e il coinvolgimento del settore bancario commerciale negli Stati Membri potrebbero facilitare la transizione.

Gli investitori privati continueranno a occupare una posizione preponderante in un approccio alla politica energetica basato sul mercato. In futuro il ruolo delle imprese di pubblica utilità potrebbe cambiare in modo sostanziale, soprattutto per quanto concerne gli investimenti. Mentre in passato, le imprese di utilità pubblica erano in grado di realizzare da sole numerosi investimenti nella produzione di energia, questo sarà probabilmente più difficile in futura vista la portata delle esigenze in materia di investimenti e innovazione. È necessario coinvolgere nuovi investitori capaci di impegnarsi nel lungo termine. Gli investitori istituzionali potrebbero diventare gli attori principali nel finanziamento degli investimenti in campo energetico. Anche i consumatori avranno un ruolo più rilevante a condizione che abbiano accesso ai capitali a costi ragionevoli.

Finora in Europa i costi di mitigazione, cioè di riduzione delle emissioni, direttamente o indirettamente sono stati sostenuti in larghissima parte da famiglie e imprese, attraverso il mercato europeo dei diritti di emissione (EU Emission Trading Scheme), i sussidi alle rinnovabili e la tassazione dei beni energetici. Ancorchè sia necessario e giusto pagare di più l’energia, il cui prezzo dovrebbe riflettere anche le esternalità di produzione e consumo associate, fino a che punto si potrà continuare a scaricare i costi della transizione tecnologica direttamente sui bilanci di famiglie e imprese? La Commissione, come visto sopra, sostiene che opportune riforme normative e limitati finanziamenti pubblici possano mobilitare ingentissimi e sufficienti investimenti privati. E’ giustificato questo ottimismo? Difficile rispondere, ma credo sia lecito dubitarne. Di certo, poichè le future generazioni godono dei benefici (sotto forma di minori costi) degli investimenti fatti oggi per ridurre le emissioni, è giusto che anche quelle partecipino ai costi. La politica del clima non può che avere un approccio multigenerazionale. Anche in quest’ottica, pertanto, la proposta di Monti – sottrarre gli investimenti al vincolo del pareggio di bilancio – è tutta da appoggiare, come pure naturalmente quella di potenziare BEI e Fondi strutturali [2].


[1] La stessa cosa vale per un recente intervento di Nicholas Stern riportato sul blog della London School of Economics, il 28 maggio scorso (“By unleashing the low-carbon economy we can create jobs and reduce deficits and debts“).
[2] Sul blog di Nouriel Roubini, il 12 marzo scorso, Sergio Rossi e Harald Sander propongono il finanziamento di investimenti verdi in progetti europei, tipicamente infrastrutturali e di ricerca e sviluppo, attraverso l’emissione di Eurobonds (“Green growth after debt? Euroland needs a different golden rule”).

Thursday, 9 August 2012

Quando i professori vengono bocciati

di Tommaso Oliviero
European University Institute

Da pochi giorni è terminato il primo round del test preliminare per l’accesso al TFA (tirocinio formativo attivo) a numero chiuso, promosso tramite decreto del ministero dell’istruzione dell’11 Novembre 2011. È ormai chiaro che il governo dei professori è grossolanamente scivolato sul terreno delle selezioni dei futuri insegnanti. Dopo 5 anni dall’avvio dell’ultimo ciclo di SSIS (scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario), che rappresenta il precedente sistema di selezione degli aspiranti insegnanti, le nuove prove del TFA si sono dimostrate inadatte e mal concepite.
Il ministero ha già ammesso la presenza di criticità, ma la conseguenza sostanziale è che si è persa un’ottima possibilità per guadagnare credibilità e per dare una iniezione di fiducia verso il tanto auspicato sistema del merito.

Procediamo con ordine. Per diventare titolari di cattedra e quindi insegnante di ruolo per l’istruzione di secondo livello (liceo e scuole medie) occorre avere l’abilitazione. Fino al 2007, l’abilitazione era ottenuta frequentando un corso universitario biennale, a pagamento, denominato SSIS. Una volta ottenuta l’abilitazione, si entrava nelle graduatorie provinciali, e, secondo la posizione in tale graduatoria (il cui punteggio si otteneva considerando esperienza d’insegnamento e i titoli) si procedeva con l’assegnazione della cattedra. Il ministro Gelmini, aveva abolito la SSIS e rielaborato un differente percorso d’inserimento. Nel nuovo sistema gli insegnanti saranno selezionati una volta ottenuta una laurea magistrale, a numero chiuso, specifica per la didattica (quando? Visto che questi corsi di laurea non sono stati ancora attivati). Gli sfortunati aspiranti docenti che hanno conseguito la laurea tra il 2007 e il 2012 hanno avuto la “possibilità” di ottenere l’abilitazione mediante il TFA.

Le prove per la SSIS erano elaborate dai singoli dipartimenti universitari che attivavano il corso di formazione, e consistevano in una prova scritta a quiz con eventuale prova orale; l’accesso al TFA prevede una prova preliminare selettiva a quiz uguale su tutto il territorio nazionale. Il numero di posti disponibili è stato attivato secondo il fabbisogno prospettico d’insegnanti di ogni settore disciplinare nella provincia cui l’università afferisce. I vincitori della prova preliminare sosterranno a settembre una duplice prova scritta-orale elaborata dal dipartimento di afferenza.
Le differenze sostanziali tra la SSIS e il TFA sono tre. La prima è che il TFA prevede un anno di corsi abbinati a esperienze “sul campo” presso le scuole, a seguito delle quali i candidati dovranno sostenere un esame per il conseguimento dell’abilitazione. La SSIS invece, a seguito di due anni di corso, prevedeva l’ottenimento dell’abilitazione. La seconda differenza riguarda la soglia di sbarramento; mentre per le SSIS, una volta stabilito il numero chiuso N di posti per l’accesso, a fronte della graduatoria finale di merito delle prove, erano dichiarati vincitori i primi N candidati, nel caso del TFA è stato inserito il criterio della soglia di punteggio, per cui al di sotto di tale valore i candidati vengono esclusi dalla graduatoria finale, anche se il numero di persone all’interno della soglia è inferiore al numero di posti a disposizione messi a concorso. La terza differenza sta nel fatto che, con il sistema di selezione del TFA, è ridotta la discrezionalità dei singoli atenei ed è garantita una sostanziale omogeneità di valutazione e selezione degli aspiranti professori. Ed eccoci al punctum dolens.

Primo punto. Le prove nazionali. I primi dati dimostrano un’inaspettata e apparentemente inspiegabile disparità nelle percentuali di ammessi rispetto al numero d’iscritti. Mentre in alcune province, il 50% dei candidati ha superato con successo la prova preliminare, in altre province, la percentuale cala al di sotto del 20%. Questo è avvenuto a parità di prova. Non abbiamo i dati sulla qualità dei candidati, ma l’evidenza è molto chiara. Da qualche parte i vigili hanno chiuso un occhio (o entrambi). Sostanzialmente, in alcuni atenei si è copiato.

Secondo punto. Le prove erano piene zeppe di errori. Talvolta la risposta data per giusta non era tale. Talvolta nessuna delle risposte del quiz era giusta. Talvolta la domanda era mal posta per cui era impossibile dare una risposta unica. Le prove sono piene di imprecisioni, più o meno gravi. La casistica è così varia che parlare di errore umano sarebbe ridicolo. D’altro canto, in taluni casi, il ministero ha annullato alcune domande dandole per buone a tutti i candidati. Questo modo di ovviare agli errori è sbagliato nel principio. Davanti al testo di una domanda scritta male, il candidato ha probabilmente impiegato del tempo per elaborare una risposta. Lo stesso accade se le possibili risposte ad una domanda non contemplano la risposta esatta. Ciò ha inevitabilmente abbassato il rendimento finale dei candidati che quindi partono con un forte handicap.

Terzo punto. La qualità delle prove. Le prove si sono dimostrate inadatte. La difficoltà e la discrezionalità delle singole domande era tale che in alcuni casi, la percentuale media degli ammessi è stata inferiore al 10% dei candidati. E questo su una media nazionale (è il caso della prova di filosofia). Erano gli studenti così impreparati? Noi crediamo di no. Anche perché sono stati riscontrati moltissimi casi in cui le domande erano state scopiazzate dalle prove dei precedenti cicli di SSIS. Per di più, come in precedenza spiegato, mentre la SSIS prevedeva un’unica prova scritta, la prova preliminare del TFA è stata solo la prima di una serie di tre prove. Quindi non solo le domande erano state copiate, ma anche in maniera scriteriata.

Il 5 agosto il ministero dell’istruzione ha comunicato delle scuse ufficiali ai candidati, nominando una commissione speciale che si occuperà di rimediare a questi errori. L’esito è atteso per il 20 agosto. A quanto pare dagli ultimi interventi, la soluzione prediletta sembra quella di annullare le domande con errori, dandole per buone a tutti i candidati. Se la soluzione dovesse essere questa, ci sembra a nostro avviso insufficiente e deludente.
Dinanzi ad una selezione caratterizzata da prove con domande scopiazzate, risposte sbagliate, ed evidenza di corruzione in certi atenei, il rimedio dovrebbe essere uno solo: l’annullamento e la ripetizione della prova.

Se i giovani candidati potessero giudicare il governo dei professori in relazione a questo episodio, il giudizio sarebbe indiscutibile: bocciati. Alla bocciatura dovrebbero seguire delle dimissioni da parte del ministro. Esse non solo non avverranno, ma i colpevoli di tale scempio rimarranno sicuramente impuniti.

Friday, 1 June 2012

Perché la polemica sulla parata del 2 giugno non é solo inutile ma anche dannosa

di Simone Falco

Parata del 2 giugno si, parata del 2 giugno no.
Questa parata non si sa di preciso quanto costi (1, 3, 10 milioni, ognuno dice la sua) peró una cosa é certa: il sentimento popolare, sull’onda dell’antipolitica dilagante, vorrebbe che questi soldi venissero destinati alle popolazioni colpite dal terremoto in Emilia.

Sentimento nobilissimo quello di voler aiutare persone in difficoltá, ma qualcuno si é fermato a pensare come verranno spesi i soldi della parata? Non so di preciso come funzioni ma sono sicuro che non ci saranno pire di banconote bruciate ai bordi della strada... molto piú probabilmente verranno utilizzati per pagare autotrasportatori che porteranno le attrezzature sul posto, operai per allestire gli spalti, ristoratori etc... Senza parlare di tutti i negozianti della zona che beneficeranno della straordinaria affluenza di persone in occasione della parata.
Tutta gente che svolge onestamente il proprio lavoro, e che magari conta su quegli introiti che gli sono stati promessi. Magari ha anche fatto un investimento in vista di una commessa cosí grande (un furgone piú grande, dei lavoratori alla giornata, una scorta di mozzarelle)...
Vogliamo veramente che siano loro a pagare?

Credo che prima di sparare a zero su sprechi e su possibili utilizzi alternativi delle risorse bisognerebbe fermarsi un attimo a pensare. In questo momento l’Italia non ha bisogno di tagli irrazionali ed estemporanee manifestazioni di generositá, ha disperato bisogno di razionalitá e pianificazione. Di capire come mai scosse che altrove fanno cadere solo qualche cornicione nel nostro paese si tramutino sempre in clamorosi disastri, di trovare le vere falle della pubblica amministrazione e di scovare chi non paga le tasse cosí da tartassare meno quelli che le pagano ad esempio!

Altrimenti si fa come fece Berlusconi quando decise (con abile mossa di marketing) di spostare all’ultimo minuto il G8 dalla Maddalena a l’Aquila, bruciando in un colpo solo decine, se non centinaia, di migliaia di euro di investimenti di persone che contavano sull’evento per rilanciare le proprie attivitá!

Tuesday, 15 May 2012

Sull'aumento dei suicidi

di Simone Falco

Le notizie di suicidi dovuti alla crisi continuano ad occupare le pagine dei giornali, ed i numeri sembrano impressionanti: al 9 maggio 38 persone si sono tolte la vita per difficoltà economiche! Numeri preoccupanti, quasi da bollettino di guerra… oppure no?

L'istituto nazionale di statistica (Istat) dal 2005 raccoglie i dati relativi a indagini su "suicidi e tentativi di suicidio" in Italia dal 2005 al 2010 e, usando le parole di Stefano Marchetti, responsabile dell'ultima, recentissima, indagine:

"Ogni gesto estremo, come quelli che le cronache recenti raccontano, nasconde una tragedia umana e impone il massimo rispetto. Ma è difficile affermare, a oggi, che vi sia un aumento statisticamente significativo dei suicidi dovuto alla crisi economica. Temo che si stiamo facendo affermazioni forti, senza robuste evidenze scientifiche".

Guardando le tabelle Istat, infatti, si nota che non solo che il numero dei suicidi per ragioni economiche non sia aumentato, nonostante il clamore di questi gesti sia cresciuto in maniera esponenziale, ma anche che, ad esempio, il numero di suicidi legato a malattie è di varie volte più alto senza che questo susciti altrettanto rumore. Ma questi sarebbero esercizi di matematica su un argomento che, per sua natura, va trattato con la dovuta attenzione ai singoli episodi.

Quello su cui vorrei puntare l'attenzione è l'alacrità e la veemenza con cui politici (e non) si sono scagliati contro coloro che reputano la causa di questa escalation (la crisi, il governo, equitalia, etc…), a quanto pare senza neanche prendersi la briga di controllare se i dati giustifichino le loro affermazioni apocalittiche. Ed in tutto questo i media continuano a stilare il presunto bollettino di guerra che fino a qualche mese fa avevano tranquillamente ignorato… E tutto questo senza pensare che forse, in una situazione tesa come quella attuale, inasprire i conflitti ed alzare i toni possa portare ad atti di emulazione e di violenza, che puntualmente ci sono stati… Salvo poi condannare e stigmatizzare la violenza che loro stessi hanno alimentato!

La domanda che mi pongo è se la classe politica sia talmente senza scrupoli da sfruttare anche il gesto più estremo di un essere umano per attrarre consensi, o se semplicemente abbia risposto "di pancia" alla notizia dei suicidi senza neanche informarsi se ci sia stata effettivamente un'escalation o se sia stata semplicemente portata alla luce una tragica realtà rimasta finora nell'ombra. Qualunque sia la risposta non è affatto confortante!

Stesso discorso vale per i media. Vale la pena fare "affermazioni forti senza robuste evidenze scientifiche" pur di vendere qualche copia in più?

Tuesday, 1 May 2012

L'università italiana vista con occhiali inglesi

di Grazia Ietto Gillies (iettogg@lsbu.ac.uk/ worldeconomicsassociation.org)

Venerdì 20 Aprile alla London School of Economics (LSE) Francesco Sylos Labini ha tenuto un seminario sui problemi dell'Università italiana. L’evento, organizzato dalla Fonderia Oxford, ha avuto grande successo in termini di pubblico e di dibattito. La sala era piena di giovani italiani che studiano, cercano o hanno lavoro accademico in Gran Bretagna. Mi fa piacere l'idea che io e mio marito abbiamo alzato un po' l'età media della sala cosi’ evitando possibili critiche di bias etaistico (ageism).

Il dibattito è stato intenso e lungo ed è dovuto finire per limiti di tempo. Si è svolto nel nuovo fabbricato della LSE, quello inaugurato dalla Regina nel 2008. Esattamente quello in cui la sovrana chiese a un gruppo di economisti allineati per l’occasione come mai nessuno avesse previsto il crollo finanziario. Uscendo dalla porta posteriore su Lincoln’s Inn Fields abbiamo visto una grande folla sulla piazza. All’inizio ho pensato si trattasse di evacuazione per fuoco. Ma ben presto abbiamo capito che si trattava di folle e coda di gente che aspettava di ricevere una ciotola di zuppa e un panino per sopravvivere fino al giorno dopo. È la seconda volta in un paio di mesi che mi capita di vedere simili affollamenti mai visti prima in oltre 40 anni di vita a Londra.

Il dibattito ha toccato molti argomenti in corrispondenza con la ricchezza della presentazione. Io qui voglio soffermarmi su quegli aspetti che si riferiscono alla visione dell’università italiana da parte di persone che hanno fatto e stanno facendo esperienza del mondo accademico britannico, e quindi la vedono con occhiali inglesi anche se con occhi italiani.

1. Non è mancata nè poteva mancare la discussione sulle ingiustizie del 'familismo', dell’assegnazione di posti a membri della famiglia di potenti accademici. Un problema che non c'è in Gran Bretagna (GB) non perché ci sono più controlli nell’assegnazione di posti – in effetti ce ne sono di meno – ma perché c'è un’etica e una cultura diversa in generale. Qui ci si vergognerebbe di atti di familismo; in Italia se le persone con potere 'aiutano' membri della famiglia a trovare posti e fare carriera spesso vengono considerate come bravi padri/madri di famiglia. Il familismo è un fenomeno che trascende l’accademia e va visto nel complesso culturale del Paese. Vuol ciò dire che non c'è nulla da fare? Che dobbiamo accettare il familismo perché è dappertutto? Direi di no. Bisogna non solo usare le vie legali ma anche fare campagne perché la gente arrivi a vergognarsi di farlo. Ma alcuni presenti sembravano pensare che favorire membri della propria famiglia e favorire membri/studenti della propria scuola di pensiero fossero equivalenti ed entrambi presenti in Italia e assenti in GB. Non è cosi’: anche se il familismo è quasi assente, il favorire persone della propria scuola è molto comune, forse anche più che in Italia. Il processo di favorimento è avvantaggiato dal fatto che l’assegnazione di posti accademici è completamente decentralizzata ed il dipartimento ha molto potere nella loro assegnazione. Basta fare una ‘job specification’ adeguata e risulta che il nostro studente preferito è l’unico che risponde a quei criteri che io stessa – come capo dipartimento – ho stilato. Si può andare più in là: se per caso c’è un altro candidato che sembra rispondere a quei criteri ed ha più pubblicazioni o esperienza di insegnamento, si può fare sempre una ‘creative short list’. Ciò allo scopo di evitare imbarazzi e problemi in sede di discussione finale del concorso dove siedono anche membri di altri dipartimenti nonché rappresentanti del dipartimento delle risorse umane della stessa università. La short list (rosa finale dei candidati) viene fatta nel dipartimento e solo i candidati nella rosa finale saranno intervistati da tutto il comitato finale. Quindi basta eliminare dalla short list candidati troppo vicini e competitivi con il candidato preferito e mettere candidati bravi ma non rispondenti ai criteri di selezione, ed il gioco è fatto: il mio studente/collaboratore avrà il posto.

2. Si è discusso sulla formazione dei giovani e se il livello della laurea triennale è equivalente o no. C’è stato un accenno al fatto che forse, in generale, le lauree triennali possono dare una formazione migliore in Italia che in GB. È possibile questo? E perché succederebbe se, in fondo, in GB c’è un buon sistema di controllo tramite gli esaminatori esterni, cosa assente in Italia? Ci sono buone ragioni per cui in GB si può avere un abbassamento di qualità nell’istruzione e non solo all’università ma probabilmente anche nelle scuole. Se i finanziamenti dipendono dal numero di studenti che passano gli esami e se dai finanziamenti dipendono il nostro posto di lavoro personale e la sorte del dipartimento, non è difficile escogitare sistemi per aumentare il numero di quelli che passano: dalla distribuzione di fogli con punti essenziali e sunti di ogni lezione – che evita allo studente pigro di leggere articoli e libri - ad aiuti nel fare il ripasso. Insomma un imboccare gli studenti per farli passare agli esami.

3. Sylos Labini ha fatto notare come i media tendono a soffermarsi sull’università del malcostume e dei casi perversi di familismo. Raramente si puntualizzano i molti punti positivi di un sistema che comunque tutti i presenti giudicavano come fortemente bisognoso di riforme serie. Uno dei punti positivi del sistema italiano è che – in materie in cui coesistono diversi paradigmi, qualunque ne sia la ragione – c’è ancora una notevole dose di pluralismo a differenza dei sistemi anglosassoni dove gli ultimi 30 anni hanno visto l’emarginazione di paradigmi alternativi e quindi una forte diminuzione del pluralismo. Questo è il caso della mia disciplina, l’economia. In Italia i pochi posti che ci sono non vanno tutti a membri della stessa scuola di pensiero…o non ancora. Credo purtroppo che ciò cambierà con l’instaurazione di sistemi di valutazione della ricerca basati su reputazione di riviste ecc. Un altro elemento che militerà contro il pluralismo sarà la concentrazione dei finanziamenti in pochi centri.

4. Si è discusso molto dei metodi di finanziamento degli studi universitari, in particolare della dicotomia finanziamento con rette universitarie alte o con rette basse e costi a carico del contribuente. Il secondo caso – favorito da Sylos Labini - viene giustificato dal fatto che l’istruzione crea esternalità: tutti possiamo beneficiare del fatto di avere medici o insegnanti. Sono d’accordo su questo e anzi desidero aggiungere che le maggiori esternalità positive della istruzione scolastica e universitaria sono forse dal lato produzione più che dal lato consumo. Esse ricadono sui datori di lavoro che si vedono arrivare forza lavoro già (abbastanza) preparata invece di doverla formare a spese loro. Il caso a favore di rette universitarie (chi trae benefici individuali paga) si impernia sul fatto che, se a pagare è il contribuente, allora i poveri - i cui figli di solito non vanno all’università - pagherebbero per i figli dei ricchi. A prima vista questo ragionamento sembra non fare una piega finché non si nota il seguente: questo è un argomento a favore di tasse più alte – tasse seriamente progressive – per i ricchi. I figli dei poveri sono scoraggiati da rette alte. Da quando in GB le rette universitarie sono state elevate a £ 9000 ci sono meno domande per studiare all'università da parte di giovani provenienti da famiglie non abbienti: la paura di debiti per molti anni è forte anche se il governo cerca di attutire il gravio. Per ultimo desidero far notare che i veri beneficiari del sistema di prestiti agli studenti sono le banche. Il governo avrebbe potuto scegliere di finanziare direttamente i costi, ma non lo ha fatto: ha scelto la via di finanziamento tramite banche cosi’ dando opportunità di creare profitti per le banche. In GB la City - non lontana da dove la Regina fece la famosa imbarazzante domanda e da dove abbiamo assistito alla distribuzione di ciotole di zuppa - ha sempre la meglio.

Sunday, 22 April 2012

Perché la riforma del lavoro non ci convince

di Paolo Falco

Nonostante Monti abbia parlato di una riforma storica, quella del mercato del lavoro che ha appena visto la luce ci lascia scontenti per due motivi principali.

Innanzitutto, la riforma era chiamata a rafforzare la fiducia degli investitori nel mercato del lavoro Italiano, allo scopo di favorire assunzioni, ridurre la disoccupazione e far ripartire la crescita. Una fiducia che non si costruisce solo con la flessibilità, ma innanzitutto con la semplice, veloce e trasparente applicazione delle regole: da sempre il tallone d'Achille del nostro paese.

Mettendo un ulteriore grado d'arbitrio nelle mani dei tribunali del lavoro, chiamati ora a distinguere i licenziamenti disciplinari da quelli economici, e nel caso di questi ultimi a definire le condizioni di 'manifesta insussistenza' che permettono il reintegro del lavoratore, la riforma potrebbe complicare anziché semplificare l'iter giudiziario delle cause di lavoro, aumentando l'incertezza e potenzialmente disincentivando l'investimento.

È vero che la riforma prevede l'introduzione di un rito abbreviato per le cause di lavoro, ma le misure proposte per attuarlo sono anch'esse cavillose e sono in molti a dubitare della loro efficacia.

Da un governo tecnico ci saremmo aspettati un intervento più deciso sullo snellimento dei processi giudiziari che regolano i rapporti di lavoro, perché le lungaggini burocratiche sono davvero una questione 'tecnica', che non dovrebbe cadere vittima del fuoco incrociato delle parti politiche, e come tale meritava maggiore attenzione. L'Italia ha bisogno di semplificazione prima ancora che di flessibilità.

Il nostro secondo motivo di delusione riguarda le misure per ridurre il dualismo, che non fanno abbastanza per i giovani e i precari.

Per prima cosa, dal governo tecnico ci saremmo aspettati una potatura sostanziale della miriade di forme contrattuali che rendono estremamente complesso il nostro mercato del lavoro e sono spesso fonte di illecito e sopruso. La foresta, invece, rimane intatta.

Secondo, la riforma cerca di rendere più costoso l'utilizzo delle forme di lavoro precario, attraverso un aumento dell'aliquota a carico delle aziende. Non serve un economista per capire che in una relazione di lavoro in cui il lavoratore precario non ha molto potere contrattuale, questi aumenti di imposte ricadranno sui salari dei lavoratori stessi.

La nuova norma, quindi, rischia di peggiorare la situazione, se non sarà accompagnata dall'introduzione di un salario minimo orario, che non è una trovata da economia pianificata di stampo Sovietico, ma uno strumento che viene applicato nelle economie capitaliste più avanzate, quali la Gran Bretagna e Gli Stati Uniti.

La terza nota dolente riguarda l'ASPI. Le risorse destinate all'Assicurazione Sociale per l'Impiego sono troppo poche, e troppo limitato ne è l'accesso. Un ammortizzatore sociale non può dirsi 'universale', come nelle intenzioni del Ministro Fornero, se esclude un milione e mezzo di precari.

Inoltre, le politiche attive per il ricollocamento di chi perde il lavoro non hanno ricevuto alcuna attenzione nella riforma. Tali misure, come la riqualificazione di chi non ha lavoro, per facilitarne il passaggio a nuovi impieghi, sono uno dei pilastri dei sistemi di ammortizzatori sociali degli altri Paesi, e senza di esse l'ASPI è molto più vicina a quelle forme di assistenzialismo alle quali presto assoceremo stereotipi negativi. Un ammortizzatore ha il compito di attutire il colpo della disoccupazione, ma proprio come una molla, dovrebbe rilanciare il lavoratore sul mercato. L'ASPI non lo fa, e non fa abbastanza, quindi, per lenire la vera paura dei nostri disoccupati: quella di non riuscire più a trovare un nuovo lavoro.

La regolamentazione nell'uso delle partite IVA è una nota positiva, anche se la sua efficacia si baserà sulla capacità degli organi competenti di effettuare controlli sulla miriade di contratti esistenti.

Positiva è anche l'enfasi sul contratto d'apprendistato, che dovrebbe finalmente favorire la formazione, e la cui applicabilità dovrebbe essere limitata al periodo di vero inserimento. Avremmo voluto, tuttavia, che questa tipologia di contratto fosse caratterizzata da un incremento progressivo delle tutele per rendere progressivamente più appetibile l'assunzione del lavoratore.

Dai tecnici, tuttavia, ci saremmo aspettati di più. Il governo si è impelagato sul nodo più genuinamente politico della questione: quello dell'Art.18, cedendo alla tentazione di far valere la sua forza di governo di Unità Nazionale, ma non riuscendo comunque a vincere i veti incrociati delle parti sociali.

Ci saremmo aspettati un approccio più freddo e lungimirante, che mettesse da parte l'Art. 18, e si concentrasse su due nodi fondamentali alla portata della riforma: la semplificazione e i giovani precari. Questi ultimi continuano a vedersi di fronte una giungla normativa che li lascia ultima ruota del carro e continua, così, a scoraggiarne l'impegno e la formazione. È questa la più grande risorsa sprecata del nostro Paese, e in un periodo in cui il mantra è la crescita dovremmo tenerlo a mente.

Alle parti sociali, ai politici e alla stampa più strillona vorrei dire che sono stati ugualmente miopi, e hanno intrapreso ancora una volta la battaglia sbagliata.

Saturday, 11 February 2012

Due parole sulla crisi

Considerazioni a margine della partecipazione della fonderia a ‘servizio pubblico’

di Emanuele Ferragina

Ieri a servizio pubblico si è parlato di finanza creativa e globalizzazione. Ospite principale Giulio Tremonti per pubblicizzare il suo nuovo libro. Proverò a riprendere le considerazioni solo abbozzate ieri in trasmissione.
http://www.youtube.com/watch?v=v0X-NfqqDEM

Nel libro di Tremonti diventiamo tutti un popolo, una comunità, che deve difendersi contro lo strapotere della finanza. La realtà è ben più complessa, perché non siamo tutti uguali di fronte alla crisi. Ci sono delle differenze che riguardano gli stati ma anche e soprattutto le persone.

Tre punti in sequenza:

1. La crisi ha colpito specialmente i paesi che hanno visto negli ultimi decenni una prevalenza di politiche di tassazione regressiva (cioè dove si sono abbassate le tasse ai più ricchi). Paesi come la Grecia e la Spagna raccolgono dalle tasse meno del 37% del loro prodotto interno lordo (perché c’è tantissima evasione fiscale, specie fra i più ricchi). D’altro canto, in paesi dove la crisi si è fatta sentire con meno forza, le entrate per lo stato provenienti dalla tassazione sono molto più alte. Il caso più estremo è la Svezia dove tali entrate rappresentano il 54% del Prodotto Interno Lordo. Lì, le tasse le pagano tutti, specie i più ricchi. La redistribuzione operata con la spesa pubblica, permette a queste economie di essere più stabili di fronte alle fluttuazioni del mercato senza gravare eccessivamente sul debito.

2. A proposito di redistribuzione. In Spagna un lavoratore dal reddito medio-basso paga in media il 74% delle tasse versate dal suo omologo svedese, mentre i più ricchi (l'1% più ricco della popolazione) pagano solo il 20% dei loro cugini scandinavi. (fonte: Vicente Navarro, professore a John Hopkins http://www.counterpunch.org/2011/08/19/crisis-and-class-struggle-in-the-eurozone/)

3. Giusto quindi scagliarsi contro i banchieri (per le loro nefandezze), scagliamoci però anche contro i politici che hanno favorito una tassazione regressiva (per es. Bush, Berlusconi, Aznar). Mi sarebbe piaciuto, a questo proposito, chiedere conto a Tremonti in modo stringente del suo operato. Purtroppo per ragioni di tempo non ho potuto farlo.

Concludo dicendo che in assenza di crescita non ci salveranno le misure di austerità ma solo la redistribuzione. Dove per redistribuzione non intendo solo quella di reddito ma anche di opportunità (per esempio per le donne), perché caro Tremonti, la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Abbiamo l’occasione storica di coniugare redistribuzione ed efficienza, speriamo che la politica non se la lasci scappare.

Monday, 6 February 2012

Il Paese delle Disuguaglianze

di Paolo Falco ed Emanuele Ferragina

Nel paese delle disuguaglianze quando prendi un taxi senti tutta la rabbia di chi si sente capro espiatorio, nel paese delle disuguaglianze i sindacati dimenticano che ci sono lavoratori e pensionati con tutele diverse, nel paese delle disuguaglianze i politici non ti ascoltano e non si rendono conto che non rappresentano più un paese spaccato.

Roma Fiumicino. Emanuele, il tassista che ci carica a bordo, è un romano schietto e gioviale. Dopo un paio di chilometri, ci racconta che per comprare la sua licenza si è sobbarcato un mutuo che sta faticosamente cercando di ripagare. Emanuele è arrabbiato perché sente che le liberalizzazioni e il caro benzina lo defrauderanno degli sforzi di una vita, mentre il notaio che ha firmato l’atto d’acquisto del suo taxi gli ha appena presentato una parcella esosa. Come possiamo chiedere ad Emanuele di avere fiducia nel sistema?

La storia del paese delle disuguaglianze continua a Servizio Pubblico: interlocutrice Susanna Camusso. In Italia dove più di tre milioni di giovani sono precari e non hanno alcuna protezione contro la disoccupazione, il sindacato continua a concentrare la propria battaglia sulla difesa di chi ha beneficiato di un sistema profondamente iniquo.

Dati ISTAT del 2009 mostrano che l’Italia spende 228 miliardi di Euro all’anno in pensioni di vecchiaia. Questo rappresenta oltre il 14% del PIL, il valore più alto fra i paesi OCSE. Tuttavia nel paese delle disuguaglianze, il problema non è solo la spesa totale. Da un lato, ci sono le pensioni d’oro, quelle delle quali la Camusso non vuole discutere, e che noi identifichiamo come superiori a 2500 euro al mese. Queste pensioni rappresentano il 20% della spesa totale, 43 miliardi di euro, pur essendo erogate solamente al 5% dei pensionati, meno di un milione di persone. Dall’altra parte, ci sono gli 11,6 milioni di pensionati, 62% del totale, che percepiscono meno di 1000 Euro al mese e gravano solo per il 32% sulla spesa totale.

D’altro canto, creare misure per favorire la formazione e il reintegro dei disoccupati nel mercato del lavoro costerebbe circa 9 miliardi di euro l’anno (stime di Boeri e Garibaldi [2009]), poco più di un quinto della spesa totale per le pensioni d’oro. E’ questo lo spread che ci preoccupa. Ma nel paese delle disuguaglianze il sindacato preferisce guardare dall’altra parte. Se è un problema di stime, invitiamo la Camusso a venire a confrontarsi con noi alla Fonderia di Oxford in un dibattito aperto e basato sui numeri. Combattere le disuguaglianze significa avere il coraggio di dire a chi riceve pensioni d’oro che e’ il momento di pensare ai lavoratori precari. Un sindacato che non guarda ai giovani, è un sindacato che muore.

La storia del paese delle disuguaglianze continua anche a Bruxelles, dove politici che hanno perso il contatto con la realtà rappresentano il nostro paese nelle istituzioni europee. Siamo chiamati a discutere la legge Controesodo per il rientro dei cervelli in fuga. Promossa dal Partito Democratico, questa legge favorisce il rientro di lavoratori qualificati attraverso agevolazioni fiscali. Mentre il 30% dei nostri giovani non riesce a trovare lavoro, tale legge rischia di esacerbare le disuguaglianze e favorire il privilegio. Coloro i quali hanno avuto la fortuna di fare esperienza all’estero, rappresentano un frammento privilegiato della società italiana. Se a questo aggiungiamo che la legge Controesodo, concede lo sgravio fiscale solo ai laureati, sorge il dubbio che anche in questo caso nuovi provvedimenti legislativi favoriscano la solita nicchia di fortunati. Di fronte a questo legittimo dubbio ci è stato risposto che in nome della crescita le disuguaglianze diventano un male accettabile. Esistono, tuttavia, proposte alternative che permetterebbero di valorizzare i talenti che sono rimasti nel nostro paese favorendo la collaborazione con i colleghi ‘in fuga’. Grazie alle nuove tecnologie, le competenze acquisite all’estero possono favorire la crescita del paese anche senza un Controesodo. A Catanzaro si sta costituendo una scuola di formazione con lezioni svolte on-line anche da ricercatori che non vivono in Italia. Inoltre, una legge come Controesodo non può prescindere da misure per aumentare la trasparenza e limitare nepotismo e clientelismo. Chi beneficerà delle nuove assunzioni? Nel paese delle disuguaglianze contano ancora troppo il tuo cognome e la tua appartenenza politica. Promuovere lo sgravio fiscale senza eliminare le storture all'ingresso vuol dire ancora una volta chiudere gli occhi di fronte al privilegio. Un'altra riforma a costo zero dovrebbe sancire l'obbligo di pubblicizzare online qualunque posto di lavoro disponibile nel nostro paese.

Esacerbare le disuguaglianze significa sprecare le energie e le motivazioni di chi si trova bloccato in una condizione d’immobilità da cui non riesce a uscire. In Italia crescita e uguaglianza vanno di pari passo. Cosa ci guadagna il paese a investire cinque volte di più nelle pensioni d’oro rispetto alle misure che servirebbero per il reintegro dei disoccupati nel tessuto produttivo? Ci piacerebbe che Monti, i sindacati e i partiti politici rispondessero a questa domanda.

Perché disuguaglianza come ci ricorda Emanuele, vuol dire anche rabbia, diffidenza, impossibilità di ricucire un paese spaccato.

Fonte: Elaborazione degli autori sulla base dei dati ISTAT (2009).

Sunday, 29 January 2012

Riforma del Lavoro Per Chi?

di Martina Di Simplicio

A pochi giorni dalla presentazione del piano sul Lavoro della Ministra Fornero, si fa più accesa la discussione sui vari aspetti della presunta prossima riforma (che trovate presentata qui [1]), alcuni dei quali abbiamo trattato alla Fonderia negli scorsi mesi.

Qualche settimana fa, Stefano ha rilanciato sul blog le sue motivazioni a favore di una riforma tipo “contratto unico” da applicare a tutti i lavoratori futuri [2]. La necessità di una riforma che semplifichi l’attuale legislazione, rendendo più attrattivo e facile assumere per le imprese (quindi creando lavoro) e che rompa il sistema “duale” di lavoratori “garantiti” contro “precari” (per lo più giovani e donne) è largamente condivisa. Lo scontro sembra invece nascere quando si tratta di stabilire qual’è il livello di equilibrio ottimale tra flessibilità del mercato del lavoro, così che le imprese siano libere di rispondere ai flussi di domanda e offerta ma anche incentivate a “tenersi” e formare i propri lavoratori sul lungo termine (e così a innescare meccanismi di innovazione dei prodotti), e tutele dei lavoratori.

Non entro nella diatriba se il modello di contratto unico alla Boeri-Garibaldi o alla Ichino siano davvero lo strumento per estendere finalmente alcune tutele al mondo dei lavoratori precari, ma vi invito a leggere qui [3] il dubbio sollevato da alcuni che il modus operandi poco virtuoso di molti datori di lavoro pubblici e privati italiani porti invece a ridurre ancora di più le possibilità di stabilizzare la posizione di molti lavoratori che di fatto esercitano mansioni di tipo subordiato da anni (indice che di tale mansione c’è necessità continua) pur rimanendo “precari”. Il rischio sarebbe che, al contrario di quanto auspicato, questa riforma finisca semplicemente per moltiplicare all’infinito i nuovi contratti unici triennali di inserimento, che avrebbero sì tutele progressive ma nessuna garanzia all’uscita.

Torneremo a parlare di come diversi paesi europei stanno cercando di intervenire sugli ammortizzari sociali e su politiche del lavoro di fronte alla crisi nel nostro incontro di mercoledì, ospite Stefano Scarpetta, Deputy Director for Employment, Labour and Social Affairs dell’OCSE.

Vorrei adesso, invece, spostare l’asse del discorso, prendendo spunto da un articolo di Luciano Gallino uscito su Repubblica alcune settimane fa [4], da cui riprendo una domanda: perché di fronte alla crisi e alla necessità di creare lavoro, si pensa subito a come lavorare sul dettaglio della “flessibilità” invece di capire come reimpostare in maniera radicale il sistema produttivo italiano, come abbiamo mancato di fare dai tempi della fine della lira?

E allargo la domanda: perché di fronte a una crisi economica fingiamo di non vedere che questa mette in discussione le premesse stesse del nostro sistema economico, e il rapporto tra lavoro, produzione e guadagni? Perché vogliamo adeguare il nostro mercato del lavoro a un sistema dove metà del mondo gioca la competizione su costi di produzione bassi, senza tutele dei lavoratori, e un’altra parte produce guadagni da manovre finanziarie che non si reggono su alcuna variazione reale del prodotto/lavoro?

Perché non immaginare che nel lungo termine per uscire dalla crisi si potrebbe dover invece cambiare sistema? E quindi, ad esempio cominciare a pensare a riformare il lavoro non per rilanciare l’economia ma per migliorare la vita delle persone? Ad esempio, perché non mettere sul tavolo della contrattazione la flessibilità dei tempi di lavoro così da renderli compatibili con i tempi di una famiglia? Perché non riformare il lavoro a partire dalle necessità delle persone in una società dove i rapporti tra lavoro-tempo-guadagno-conoscenza sono cambiati, e poi capire come il sistema di impresa può rispondere a tale necessità. Mi direte che è un’utopia ma forse è un’utopia possible nel momento storico in cui un sistema va in crisi.

Quindi, tornando alle propste del governo, perché invece di parlare di riforma dei contratti prima – per curare l’emergenza –, formazione poi, e ammortizzatori sociali alla fine (vedi di nuovo le proposte del governo qui [1]) non ribaltare le priorità e creare un sistema che sostiene i cittadini a monte (vedi la proposta di un reddito di cittadinanza qui [5]), consentendo sia flessibilità quando c’è poco lavoro che formazione continua?

E magari alla lunga questo potrebbe anche sviluppare un’economia diversa.


[1] Lavoro, ecco il piano Fornero Contratti sfoltiti e protezioni più moderne
di Massimo Giannini, La Repubblica 29/01/12

[2] I soliti luoghi (poco) comuni del nostro mercato del lavoro
di Stefano Caria, Il Blog della Fonderia 10/01/12

[3] Contratti unici e capitale umano
di Chiara Saraceno, La Repubblica 23/01/12

[4] Licenziamenti falso problema
Di Luciano Gallino, La Repubblica 05/01/12

[5] Il Reddito di Cittadinanza: un’utopia possibile
di Emanuele Ferragina, Presentazione della Fonderia 30/01/11

Thursday, 19 January 2012

La popolarità che conta

di Paolo Falco

I risultati di recenti sondaggi indicano che il Governo Monti sta perdendo popolarità a livello Nazionale. Non me ne voglia il Dott. Vittorio Feltri se ieri sera durante una puntata di Rapporto Carelli ho glissato sui risultati di uno di questi sondaggi e ho cercato di portare l'attenzione sulla credibilità che il Governo Monti sta costruendo a livello internazionale. Vorrei spiegarvi perché.

Innanzitutto, sarebbe quantomeno sorprendente se un governo che chiede al paese di fare sacrifici come quelli che il Governo Tecnico sta chiedendo riuscisse a mantenere la propria popolarità intaccata. Il sondaggio proposto ieri sera a Rapporto Carelli indica un calo nel gradimento da soglie che superavano il 70% al 55% attuale. Tendo a pensare che non sia poi un calo così clamoroso considerate le lacrime che sono state versate sulla recente manovra finanziaria, e mi chiedo se gli indici di gradimento di un governo non-tecnico non avrebbero subito una caduta più rovinosa. Inoltre, come ho avuto modo di ribadire durante la trasmissione, gli indici di gradimento sono per loro natura condizionati dalla percezione delle riforme a breve e brevissimo termine, e difficilmente riflettono un'analisi di medio e lungo periodo. Le riforme strutturali di cui il nostro paese ha bisogno richiedono sacrifici a breve termine, ma per loro natura gli effetti saranno maturati in un futuro meno prossimo.

Sul piano Internazionale, invece, la percezione del Governo Italiano dall'arrivo di Monti è decisamente migliorata. Il nostro Primo Ministro è stato accolto con dimostrazioni di stima nelle sue visite recenti in Germania e proprio in questi ultimi giorni nel Regno Unito. Ed occorre chiarire che non si tratta solo del 'grand tour' di un accademico che va a caccia di applausi facili di Italiani all'Estero o Cervelli in Fuga. La popolarità Internazionale del nostro Governo non ha mai contato di più.

Siamo in una congiuntura economica in cui le misure per la crescita italiana non possono prescindere da una politica economica concertata a livello Europeo. Il problema principale rimangono i tassi di Interesse elevati a cui il nostro Paese è costretto a prendere in prestito le risorse necessarie per mettere in atto politiche espansive. La politica economica Europea, dettata prevalentemente dalla Germania, mantiene per il momento la linea dura dell'Austerità per stimolare le riforme strutturali di cui abbiamo bisogno. Questa posizione sta diventando sempre meno sostenibile, soprattutto di fronte ai sacrifici che paesi come l'Italia hanno ormai cominciato a mettere in atto.

La statura di Monti e del suo governo a livello internazionale sono il passaporto necessario a sederci al tavolo delle concertazioni con autorevolezza, e le riforme che l'Italia ha portato a termine con l'ultima finanziaria sono il bonus di credibilità di cui necessitavamo per provare a convincere l'Europa che è ora di pensare a una nuova rotta. Il governo Monti doveva innanzitutto lavorare per toglierci le orecchie d'asino da ultimi della classe in Europa. Una classe della quale possiamo finalmente pensare di ritornare alla testa.

Tuesday, 10 January 2012

I soliti luoghi (poco) comuni del nostro mercato del lavoro

di Stefano Caria

In questi giorni infervora il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro italiano. Nonostante i toni, i veti e gli scontri, crescita ed equità sono metriche ampiamente condivise in questa discussione. Dato il sostanziale accordo sugli obbiettivi, un’analisi chiara dei problemi e un confronto con la ricerca empirica in questo campo ci possono quindi portare a un sostanziale accordo che riguardi anche gli strumenti politici.

Alla Fonderia abbiamo parlato di riforma del mercato del lavoro nell’incontro del 16 Ottobre. I punti principali da tenere a mente nel dibattito di questi giorni sono proprio quelli cardine della nostra discussione di allora. Innanzitutto il problema della protezione del lavoro a due corsie, e l’idea che per superare questo dualismo tra la flessibilità degli outsider e la protezione degli insider bisogna equiparare sia i costi che le regole di licenziamento delle varie forme di lavoro.

In secondo luogo, il problema di quanta protezione dare nel nuovo ordinamento unificato. Qui è importante sottolineare il tradeoff tra la protezione di chi ha lavoro e le opportunità delle categorie più escluse: giovani, donne e disoccupati di lungo periodo. Un regime troppo protetto inibisce sia i licenziamenti che le assunzioni e rende più difficile la ricerca di un impiego per chi il lavoro non lo ha. Infine il problema della crescita: troppa flessibilità scoraggia gli investimenti nella formazione del personale, mentre troppa protezione impedisce quegli aggiustamenti organizzativi necessari per le innovazioni radicali di processo e prodotto di cui l’economia Italia ha molto bisogno.

Il contratto unico per il lavoro dipendente, con un livello di protezione bilanciato e in linea con la media OCSE, è una possibile soluzione sia ai problemi di equità che a quelli di crescita.

Non tutti sembrano però pensarla così. La CGIL per esempio ha sollevato varie obiezioni, molte delle quali si trovano anche nel documento di discussione alla mia presentazione preparato da Francesco Sinopoli. Per approfondire il dibattito, ho quindi scritto un commento esteso ai punti sollevati in quel contributo, che potete trovare qui.

Saturday, 17 December 2011

Liberalizzazioni e Referendum

di Paolo Falco

Nell'ultima puntata di Rapporto Carelli, su Sky Tg24, ho avuto il piacere di discutere di liberalizzazioni con l'On. Emma Bonino, le cui posizioni in materia di riforme sono apparse molto chiare e vicine al lavoro della Fonderia. Sarebbe bello vedere quelle stesse posizioni tradotte nel cambiamento di cui l'Italia ha bisogno.

Vorrei, tuttavia, fare una precisazione. L'On. Bonino ha menzionato i Referendum promossi dai Radicali alla fine degli anni novanta a favore delle liberalizzazioni. Dall'elenco di quei Referendum (che trovate a questo indirizzo) si evince, però, che furono ben pochi i quesiti referendari effettivamente dedicati alla liberalizzazione economica di cui l'Italia ha bisogno, intesa come abolizione di barriere burocratiche e istituzionali che distorcono la concorrenza sana a svantaggio della crescita e dei consumatori. Nel '95 ci furono due quesiti sull'autorizzazione al commercio e sugli orari degli esercizi commerciali, mentre nel '97 proprio i Radicali proposero l'abolizione dell'Ordine dei Giornalisti. Ci fu poi il Referendum del 2000 per l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, anch'esso promosso dai Radicali e che, se approvato senza un'introduzione parallela di ammortizzatori sociali universali, avrebbe sortito effetti potenzialmente pericolosi.

Sono molti altri i settori in cui l'economia italiana ha bisogno di liberalizzazioni, dai più noti (tassisti e farmacie) a tutte le professioni in cui l'ingerenza eccessiva degli Ordini distorce il mercato. Sono riforme, queste, che faciliterebbero la crescita e aumenterebbero l'impiego, permettendo l'accesso a un mercato più concorrenziale di nuovi professionisti (soprattutto giovani) che fin'ora ne sono stati tagliati fuori. Sarebbero anche riforme a tutela dei consumatori, che potrebbero usufruire di prezzi più bassi e una migliore qualità di servizi e prodotti.

Da gruppi politici come i Radicali ci aspettiamo un'azione parlamentare decisa e una campagna d'informazione efficace per far sì che queste riforme non siano sistematicamente vittima di quelle trattative dell'ultim'ora che lasciano intatto il privilegio e a cui anche nella manovra 'salva-Italia' abbiamo purtroppo assistito.

Wednesday, 14 December 2011

Castelli e l'Arroganza non più tollerabile della Casta: la Riflessione di un Lettore

Caro Emanuele,

Dopo aver visto la puntata di ieri di Rapporto Carelli mi sento in dovere di scriverti per manifestarti la mia solidarietà. Mi permetto di darti del tu e senza l'appellativo di Dottore che tu meriti davvero (ma Castelli ha conseguito un PhD?) perché ritengo che il valore di una persona non dipenda dal titolo che possiede.

Ieri è stato semplicemente vergognoso e imbarazzante assistere allo sproloquio di Castelli nei tuoi confronti, cosa che avviene spesso quando lo si sente parlare, ma in genere i suoi insulti, pur essendo sempre molto fastidiosi, sono più tollerabili perché si rivolgono ad altri politici. Ieri invece la sua arroganza ha superato ogni limite e ti assicuro che per il pubblico da casa era assolutamente chiaro chi fosse fra voi due ad abbassasse il livello della discussione. E non c'è da stupirsi se non capisse da "dove ti avessero preso": Oxford è troppo lontana dai confini territoriali e mentali di un "padano".

Ho appena visto il sito della Fonderia Oxford, è un'ottima iniziativa e spero che riusciate a trovare lo spazio che meritate. Ho vissuto anch'io per un breve periodo ad Oxford, mi occupo di neuroscienze cognitive, e condivido appieno la vostra filosofia.

Un grosso in bocca al lupo,
Debora Brignani

Friday, 9 December 2011

Nebbia nel Canale, Continente Isolato

di Emanuele Ferragina

Si respira un’aria strana nella perfida Albione. Ad ascoltare ministri e parlamentari conservatori, il Regno Unito ha deciso di lasciare affondare il ‘titanic-euro’ per salvaguardare gli interessi nazionali britannici. In realtà ad un attento osservatore, non può sfuggire che da oggi il Regno Unito e’ sempre più isolato ed arroccato su posizioni che nel medio - lungo termine potrebbero influire in modo molto negativo sulla sua economia (e non solo !). Cameron sbandiera ai quattro venti la forza del veto Britannico per la salvaguardia dell’interesse nazionale, a me sembra solo che Cameron abbia difeso grandi banche e lobby finanziarie (quelle che hanno contributo in modo determinante a portarci dove siamo…) in linea con il volere del suo partito. Da oggi si apre una nuova partita, nella quale il Regno Unito giocherà il ruolo di battitore libero, e gli altri paesi non mancheranno di attuare pesanti ritorsioni e probabilmente forzare la mano per mettere ai margini del continente i britannici.

Concludo ricordando un evento storico, nel 1955 alla Conferenza di Messina (preludio del trattato di Roma costitutivo della CEE) il ministro degli esteri britannico sbeffeggiò i rappresentati di Italia, Olanda, Francia, Lussemburgo, Belgio e Germania, sottolineando come fosse una strategia ridicola rilanciare il processo di integrazione tramite la CEE dopo il fallimento della Comunità Europea di Difesa. La conferenza partì sotto auspici negativi, ma si trasformò in un momento di rilancio del progetto di integrazione. Dopo pochi anni (1963) la Gran Bretagna cambiò idea e chiese di entrare nella CEE, ci vollero dieci anni perché fosse ammessa a causa del veto della Francia di De Gaulle, uno che la storia la conosceva. Ho l’impressione che oggi come allora, i Britannici non si rendano conto della loro miopia.

Qualche decennio fa, una radio apriva le notizie con il titolo: “nebbia nel canale, continente isolato”.

Thursday, 8 December 2011

Sanità: Più razionalità, meno politica

di Simone Falco ed Emanuele Ferragina

La puntata di ieri sera di Rapporto Carelli ha costituito un momento di utile riflessione sullo stato della sanità in Italia con il ministro Balduzzi. Crediamo che sia importante muoversi in quattro direzioni:

1. Basta politica nei nostri ospedali
Non si può più concepire che il personale sanitario venga scelto sulla base di diktat politici.

2. Più accountability sulla scia del modello inglese
Occorre che il pubblico controlli, per questo proponiamo che i bilanci di tutti gli ospedali siano resi consultabili on-line. Inoltre la comunità dovrebbe avere la possibilità di far sentire la propria voce attraverso rappresentanti eletti localmente nei consigli direttivi degli ospedali.

3. Più razionalità invece che tagli indiscriminate alla spesa
C’è bisogno di efficienza allocativa! I finanziamenti devono essere diretti verso ospedali e reparti virtuosi e non a pioggia come avviene in questo momento (assicurando un’equa ripartizione a livello territoriale, in modo che ogni cittadino possa usufruire di un buon servizio).

4. Basta con lo sfruttamento del pubblico a scopo privato
La riforma avviata da Rosy Bindi per impedire l’esercizio della professione medica nel pubblico e nel privato simultaneamente era una misura di civiltà. Purtroppo non abbiamo proseguito su questa strada.